La Corporate Social Responsibility nel contesto italiano

ottobre 31, 2006
Veronica Cogliati: CSR in Italia

Veronica Cogliati: CSR in Italia

 

Questo articolo nasce dalla volontà di offrire una panoramica su due universi considerati a lungo inconciliabili: il mondo del sociale e il mondo delle imprese. Certamente, un argomento di così vasto respiro non permetterà di esaurire la materia oggetto d’analisi, tuttavia vorrei cercare di individuare alcuni punti interessanti per delineare almeno in parte i complicati rapporti che intercorrono tra queste due sfere. Lo scenario del sociale, infatti, si presenta oggi variegato, affollato da una serie di nuovi soggetti che si affiancano ai consueti protagonisti. La rosa si è ampliata notevolmente da quando anche le imprese private hanno fatto il loro ingresso, spinte dall’esigenza di soddisfare una richiesta di maggiore eticità nella conduzione delle politiche aziendali. In questa evoluzione da attore meramente economico ad istituzione comunitaria, l’impresa non può assolutamente prescindere dall’operare con responsabilità, essendo a ben vedere parte integrante di un ampio ed articolato contesto sociale con cui interagisce costantemente e dal quale provengono pressioni e richieste. In un primo momento, dunque, la comunicazione si è sviluppata in una logica prettamente mercantile e solo con il tempo ha mostrato le sue potenzialità etiche, diventando un utile strumento a disposizione non solo dei consueti protagonisti del sociale, ma anche di imprese private che si rendono portavoce di istanze collettive di cui lo Stato non riesce più a farsi totalmente carico. Questo nuovo interesse nasce da sollecitazioni e da precisi obiettivi di marketing che spingono le aziende verso una partecipazione volontaria nella risoluzione di problemi legati a tematiche ambientali, culturali e sociali, collaborando attivamente con gli enti non profit al fine di migliorare le realtà in cui operano. Il fenomeno non può certo dirsi totalmente nuovo nonostante negli ultimi anni abbia subito un’accelerazione in termini di sviluppo e di interesse riscosso sia tra l’opinione pubblica che tra gli stessi operatori economici. Questo atteggiamento rappresenta, inoltre, una tra le più interessanti ed innovative forme di comunicazione sociale, anche se certamente ambigua e non del tutto disinteressata. Naturalmente, il consumatore odierno è disincantato e ben conscio della convenienza che producono simili investimenti, tuttavia, numerose ricerche hanno evidenziato una netta propensione verso prodotti e brand “solidali”, dimostrando una forte sensibilità verso le tematiche ambientali e dei diritti umani, oltre a confermare una generale modificazione dell’intera dinamica dei consumi che conduce verso una fruizione più critica degli stessi. In questa evoluzione, che vede transitare il suo ruolo da da attore meramente economico ad istituzione comunitaria, l’impresa non può infatti prescindere dall’operare con responsabilità, essendo a ben vedere parte integrante di un ampio e articolato contesto sociale con cui interagisce costantemente e dal quale provengono pressioni e richieste. In questo senso, il corporate giving rappresenta un utile mezzo per promuoversi e perseguire contemporaneamente finalità imprenditoriali e benessere collettivo, coniugando utile ed etica. Tutto ciò si configura palesemente come un impegno che va oltre meri obblighi legali e che reca svariate implicazioni. Detto ciò, possiamo asserire che la responsabilità d’impresa, se correttamente interiorizzata nella mission aziendale e condotta in modo strategico, può trasformarsi in un importante plus, un valore aggiunto che consente di coniugare utile ed etica, offrendo differenti apporti alle performance aziendali: permette di posizionarsi in modo distintivo sul mercato, creare un “contesto facilitante”, nobilitare i prodotti, migliorare immagine e reputazione. Possiamo quindi dedurre da queste prime considerazioni che l’acquirente frivolo e tendenzialmente infedele della società di massa ha lasciato il posto ad un consumatore più flessibile, multidimensionale ed eticamente orientato che pone sempre maggiore attenzione nelle proprie scelte fino a dettare nuove regole nel tacito contratto domanda/offerta. Oggi, l’acquisto non è più indotto soltanto dal rapporto qualità-prezzo o dalla soddisfazione edonistica, ma è frutto di un’oculata scelta in cui il cliente non compra semplicemente un detersivo, ma vuole contribuire in un certo senso a “migliorare il mondo”. Il progressivo affermarsi di questa figura è confermata dal moltiplicarsi di associazioni di consumatori, dai consistenti casi di boicottaggio verso imprese (soprattutto multinazionali accusate di violare diritti della persona o di favorire il depauperamento ecologico) e dalla crescente importanza del commercio equosolidale. Pertanto, il nuovo orientamento al consumo può essere considerato una delle principali cause che hanno alimentato la CSR. Si delinea, così, un quadro in cui la responsabilità d’impresa è destinata ad acquisire anche in Italia crescente rilevanza, eliminando progressivamente quelle operazioni meramente di facciata dietro cui occultare una “fedina aziendale” sporca. L’obiettivo delle imprese rimane pur sempre il profitto, non potrebbe essere altrimenti, tuttavia quest’ultimo inizia ad essere perseguito nel rispetto dei valori e della dignità umana. L’impresa, chiamata a rispondere dei suoi effetti sociali, dovrà reinventare le proprie politiche di marketing. Uno spot ben riuscito può qualificare l’immagine aziendale presso il target e l’opinione pubblica, ma è solo l’ultimo e più visibile passo di un lungo percorso. Non basta certo limitarsi ad operazioni di pura facciata per ottenere risultati duraturi: se vogliono risultare davvero credibili, le imprese devono essere in grado di dimostrare che la loro strategia di CSR è qualcosa di più di una buona attività pubblicitaria, piuttosto che di relazioni pubbliche, di charity o di sponsorizzazione. È necessario adottare un nuovo paradigma di comunicazione globale che tenga conto dei mutati valori del proprio pubblico, valori che devono necessariamente essere trasposti per prima cosa all’interno dell’intera politica aziendale e solo successivamente rispecchiati nella comunicazione verso l’esterno. L’etica, per molto tempo avulsa dal contesto economico, comincia ad integrarsi sistematicamente alla sfera commerciale: viene dunque superata l’opinione, diffusa in passato, secondo cui economia e sociale sono settori autonomi, autoreferenziali, quasi discordanti. Detto questo, posso concludere auspicando che questa non sia semplicemente una “moda” passeggera pronta a sparire ai primi insuccessi, bensì una tendenza destinata a rafforzarsi e influire profondamente tanto nel tessuto sociale, quanto in quello economico.

Veronica Cogliati

 

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Write to PressWeb__Ad ognuno le sue competenze?

ottobre 25, 2006

Ciao, PressWeb.
Lavoro come consulente grafico ed editoriale per la realizzazione di cataloghi, house organs, brochures e newsletters aziendali. Faccio questo questo lavoro da diversi anni e ho avuto la possibilità, grazie anche alla collaborazione con colleghi più esperti, di accrescere la mia professionalità. Vengo al punto, al punto dolente.. Da più di un anno, svolgo parte del mio lavoro presso una società di servizi ubicata nell’hinterland milanese. Ogni volta che mi occupo della stesura dei testi relativi ad un paio di house organs di aziende clienti, mi accorgo che ciò che ho scritto viene fatto leggere praticamente a tutte le persone che lavorano negli uffici, comprese a quelle che hanno incarichi commerciali o amministrativi. Molto spesso, alcuni passaggi dei miei testi vengono modificati senza minimamente interpellarmi. La cosa grave è che, almeno un paio di volte, le modifiche ai miei testi si sono rivelate errate nei contenuti e nell’esposizione. Secondo i responsabili della società, è bene che anche altri vedano ciò scrivo, perché “essendo ancora giovane potrei incorrere in errori che è meglio evitare”. Ciò è offensivo, ho 30 anni e lavoro da 10, faccio questo lavoro come libero professionista da 5, diversi clienti mi hanno dimostrato la loro stima e questi si permettono di trattarmi così? C’è una logica in tutto questo? Un grazie per la tua risposta.

“Mister Hall” 

Caro “Mister Hall”,

no, ritengo che non ci sia una vera logica alla base del comportamento dei tuoi colleghi di progetto, almeno non una logica degna di questo nome. Il problema centrale è insito nella struttura con la quale stai collaborando: prevalentemente, essendo solo “aggregatori” di testi e di foto per la realizzazione di varia documentazione aziendale e non avendo una vera competenza in materia di scrittura, probabilmente, sono persone alquanto insicure di ciò che può venir redatto dall’interno del loro team, perché scrivere non fa un gran che parte del loro background professionale. Questo li porta a far visionare i tuoi testi a tutti, magari anche al fattorino di passaggio… Quanto racconti mi fa venire in mente una frase detta da un mio carissimo amico, un avvocato che, da tempo, lavora negli States: in Italia, manca troppo spesso il rispetto per il lavoro degli altri. Il tuo caso è un esempio lampante: fai il tuo lavoro da anni, sei già stato gratificato da diversi clienti e, ora, lavori a fianco di persone che, nei fatti, tengono e mantengono un comportamento irrispettoso nei riguardi tuoi e della tua professionalità. Il vero problema, comunque, non riguarda te, ma pare proprio che riguardi loro, in quanto è il loro comportamento che cozza tremendamente contro le regole basilari del lavoro in team e della conseguente suddivisione delle competenze. Una cosa simile, in passato, accadde anche al sottoscritto e la ricetta migliore da applicare è “non ti curar di loro ma guarda e passa” (a qualcosa di meglio). Insomma, nel tuo caso, tutti mettono e vogliono mettere becco su tutto: certi vizietti sono duri a morire… La piega che ha preso la faccenda è roba da dinosauri (e che non si offendano gli spiriti degli antichi lucertoloni).


Marco Mancinelli
PressWeb Editor
pressweb@teletu.it  

L’entusiasmo del manager e del professionista, tra realtà e fiction

ottobre 24, 2006

C’è un termine che viene utilizzato di sovente e da diverso tempo negli ambienti manageriali e consulenziali: entusiasmo. Entusiasmo significa sentimento di gioia, di ammirazione o di dedizione verso persone o verso ideali. Con notevole frequenza, il termine entusiasmo viene pronunciato parlando di impegni aziendali o consulenziali, spesso, per imprimere una maggiore dose di enfasi ad un determinato discorso attinente la propria professione o l’asserita propria professionalità. Avere entusiasmo non è un male, anzi, è un gran bene, perché ciò è capace di dotarci di energie importanti, di nuovi stimoli e di nuove idee da sviluppare. Fin qui, nulla da eccepire: il discorso non fa una piega e sapete perché? Perché “semplicemente” stiamo parlando di un tipo di entusiasmo vero, spontaneo e genuino, il cui sincero detentore ha già dentro di sé tutte le energie per riuscire in un determinato compito, anche complesso, in quanto soggetto carico di stimoli veri che avverte realmente dentro se stesso. Ben altra cosa, invece, è l’entusiasmo autoindotto, autoproclamato e di maniera che viene sbandierato ai quattro venti da professionisti ed uomini di azienda che, così facendo, non fanno altro che recitare un ruolo. Un ruolo, tra l’altro, che, spesso, poco gli si addice. Durante le riunioni, questi personaggi impiegano frasi del tipo “…ogni cosa va affrontata con tanto entusiasmo, perché è una sfida nuova…“, “..io sono un vero entusiasta, le difficoltà mi esaltano sempre!…“, “…la nostra società fa sempre cose spettacolari e sull’onda dell’entusiasmo verso il cliente!…“. Il tutto è corredato da sorrisi smaglianti, da occhi aperti fino all’inverosimile e da mani che mimamo con scrupolosa passionalità quel qualcosa di grande che si è in grado di fare in virtù di un tale ed altisonante entusiasmo. Per dovere di cronaca, va comunque detto che non sempre chi si atteggia ricorrendo alle modalità fin qui descritte è un qualcuno che finge verso gli altri e verso se stesso: esistono anche persone naturalmente ben disposte verso tutto e verso tutti, su questo non c’è dubbio. Ma…quanti discorsi forzati, quante frasi che sanno di fanatismo e di patetica finzione! Il sottoscritto appartiene a quella categoria di comunicatori e marketer che preferisce andare o consigliare di andare in profondità ad una questione professionale per capire se essa stimola la creatività, la voglia di fare e di proporre qualcosa di nuovo: se questo si verifica, l’entusiasmo viene da sé, magari sarà apparentemente meno teatralizzato rispetto a certi personaggi, ma, con ogni probabilità, sarà vero e non finto. Poi, quante volte il termine entusiasmo viene proferito a sproposito da certi personaggi!.. Un veloce ed eloquente aneddoto per sorridere…? Fresco di laurea, un giovanotto confidò ad un suo conoscente (un consulente aziendale entusiasta!) i gravissimi problemi che affliggevano i suoi familiari e le sue difficoltà nel trovare un’occupazione decente; il tutto fu detto, ovviamente, con una faccia che non aveva nulla di allegro. Cosa replicò, il suo impareggiabile interlocutore? “Ma dai, metti da parte tutti questi problemi, fanno parte della vita, no? E vivi ogni giorno con tanto ma tanto entusiasmo, ci sono tante sfide entusiasmanti da vincere!“. Non c’è dubbio: a volte, la realtà supera la fantasia, alla faccia del buon senso…

Marco Mancinelli
PressWeb Editor
pressweb@teletu.it

Mutate le disposizioni per il deposito legale delle pubblicazioni periodiche: l’obbligo ricade sull’Editore

ottobre 20, 2006

Nella Gazzetta Ufficiale del 18 Agosto 2006, n. 191, è stato pubblicato il Decreto del Presidente della Repubblica del 3 Maggio 2006, n. 252, il cui oggetto è il “Regolamento recante norme in materia di deposito legale dei documenti di interesse culturale destinati all’uso pubblico”. A distanza di circa due anni, è entrato in vigore il regolamento di attuazione previsto dalla Legge n. 106 del 15 Aprile 2004, regolamento che modifica la normativa relativa alle copie d’obbligo (ora denominato “deposito legale”) dei prodotti editoriali che fino all’1 Settembre 2006, in virtù delle Legge n. 374 del 2 Febbraio 1939, dovevano essere inviate a cura dello stampatore alla Prefettura ed alla Procura territorialmente competenti. A partire dal 2 Settembre 2006, giorno di entrata in vigore del nuovo “Regolamento”, l’obbligo dell’invio delle copie dei prodotti editoriali per il “deposito legale” ricade sugli editori e non più sullo stampatore. Il relativo adempimento deve rispettare alcune precise disposizioni. Alcune copie devono essere inviate agli “Archivi Nazionali della Produzione Editoriale” con la seguente modalità:
una copia dovrà essere consegnata alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma (Viale del Castro Pretorio, n. 105 – 00185 Roma) ed un’altra copia alla Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze (Piazza dei Cavalleggeri, n. 1 – 50122 Firenze) (art. 6 del D.P.R.);
due copie, inoltre, vanno inviate agli “Archivi delle produzioni editoriali regionali”, che dovranno essere individuate dagli organi competenti entro 9 mesi; nel frattempo, restano in vigore i decreti ministeriali che finora hanno identificato gli istituti depositari della terza copia d’obbligo, a norma della Legge n. 374 del 2 Febbraio 1939 e successive modificazioni (art. 4).
La consegna dovrà essere eseguita non più precedentemente alla diffusione dei prodotti editoriali, ma entro 60 giorni dalla prima distribuzione al pubblico dei documenti, direttamente o attraverso la posta o con qualsiasi altro mezzo. Il plico, confezionato con involucro resistente, deve riportare la dicitura “esemplare fuori commercio per il deposito legale agli effetti della Legge 15 aprile 2004, n. 106”, come anche il nome, inteso come denominazione o ragione sociale, il domicilio o sede legale del soggetto obbligato al deposito (quindi dell’editore). La consegna deve essere accompagnata con un elenco in due copie dei documenti inviati, contenente gli elementi identificativi di ciascun documento; una delle copie viene restituita vidimata per ricevuta e va conservata come prova dell’avvenuta consegna (art. 7). Sono previsti alcuni casi, estremamente limitati, di esonero totale (art. 8) o parziale (art. 9) dall’obbligo del deposito legale. Su ogni documento consegnato, dovranno essere riportati: il nome ed il domicilio del soggetto obbligato; l’anno di pubblicazione; il codice ISBN o ISSN, se utilizzato dall’editore; la dicitura “esemplare fuori commercio per il deposito legale agli effetti della legge 15 aprile 2004, n. 106” (art. 10). Gli editori di pubblicazioni attinenti la “Materia Giuridica” dovranno consegnare un’ulteriore copia dei documenti presso la Biblioteca Centrale Giuridica del Ministero della Giustizia (Piazza Cavour, n. 40 – 000193 Roma ) (art. 12). Le stesse norme sono valide per il deposito dei documenti diffusi su supporto informatico (art. 32). Le modalità di deposito dei documenti (le pubblicazioni) diffusi tramite rete informatica saranno definite con successivo regolamento (art. 37). Le sanzioni per il mancato deposito legale possono arrivare fino ad un massimo di 1500 euro per ogni documento non depositato (art. 43).


“Qui città di M.”, teatro e letteratura per comunicare la città che cambia

ottobre 18, 2006

Le grandi città cambiano, le dinamiche della vita metropolitana impongono all’attenzione dei mass media e dei cittadini nuovi temi, nuovi fatti e nuove contraddizioni: sono questi aspetti, spesso crudi, che lo spettatore che assiste alla rappresentazione teatrale “Qui città di M.” sente premere emotivamente sulla propria visione della contemporaneità.
Qui città di M.” è molto più di una recita teatrale: allo stesso tempo, è un’inchiesta e una vera e propria denuncia rivolta alla vita della metropoli.
Tratto dall’opera noirTrilogia della città di M.“, scritta da Piero Colaprico, lo spettacolo teatrale ha per regista Serena Sinigaglia e come unica protagonista l’attrice Arianna Scommegna che impersona sette personaggi che si alternano sulla scena.
Al Teatro Verdi di Milano, dal 10 al 29 Ottobre, va in scena un monologo che unisce teatro e letteratura, in un susseguirsi intenso di situazioni metropolitane, poliziesche, giornalistiche e, soprattutto, umane.
Due efferati omicidi, un nuovo ed inquietante giallo da risolvere per la polizia. Sette personaggi, ognuno di essi coinvolto a diverso titolo nell’ennesima vicenda noir che si snoda per le vie della grande città. Contraddizioni, debolezze, insicurezze, ma anche desiderio di andare avanti, di sopravvivere nella ed alla giungla metropolitana emergono crudemente nei personaggi della storia.
Arianna Scommegna dimostra una rara bravura teatrale ed un’intensa capacità comunicativa: con lei, così coinvolgente ed espressiva, lo spettatore si emoziona e, soprattutto, riflette su quanto sta cambiando nella grande città, dove incerte sfaccettature e oscuri timori colorano la vita che scorre, a Milano come in altre metropoli. 
La grande città ti entra dentro, ti cambia nel profondo, ti sbatte in faccia una realtà umana spesso poco decifrabile, dove le relazioni sociali, il lavoro ed i ritmi quotidiani, al di là delle grandiose luci sfavillanti, prima nascondono e poi rivelano nuove zone d’ombra capaci di spingere anche individui insospettabili in profondi abissi.
In abissi da letteratura noir, certamente, ma anche densi di realtà e di vera cronaca.

 

Marco Mancinelli
PressWeb Editor
pressweb@teletu.it

 

 


Write to PressWeb__ Le “Iene” nella steppa della politica italiana

ottobre 13, 2006

Come molti di voi avranno avuto modo di apprendere, un sagace ed interessante servizio delle “Iene” dello scorso 10 ottobre ha subìto una dura censura che ha portato addirittura all’oscuramento del programma nel suo passaggio televisivo! Da quel momento, quasi in tempo reale e con efficienza giapponese quasi mai vista in Italia, si è scatenato un putiferio sui media che ha portato a rimettere in discussione tanti presupposti della tutela della privacy di privati cittadini e personaggi pubblici. Ma per capire meglio cosa è sucesso, quindi trarre le dovute preoccupanti conseguenze, facciamo un passo indietro! Una troupe delle Iene, armata di tutto punto con telecamere, microfoni e “truccatrice” (questa la prima astuzia), intervista fuori Montecitorio alcuni parlamentari, preoccupandosi di detergere accuratamente la fronte per esigenze televisive e per ottenere la miglior luce nell’inquadratura! Ecco che entra in gioco la finta truccatrice che nel compiere l’operazione (da nessuno rifiutata, tanto è l’orgoglio di apparire sgargianti e sorridenti in Tv davanti a milioni dei loro elettori) appoggia rapidamente sulla pelle il tampone con il quale – successivamente – verrà rilevato l’avvenuto consumo di sostanze stupefacenti nel corso delle poche ore precedenti! Risultato di questa rapida e interessante statistica: due parlamentari su tre avevano fatto uso di tali sostanze nelle ore precedenti l’intervista! Apriti cielo! Non è vero, non si può, non sia mai! Di tutto e di più si scatena sugli untori del terzo millennio che pur avevano provveduto a garantire privacy e tutela degli intervistati senza rivelare nome e volto, ma addirittura rendendo assolutamente anonimi i tamponi, raccolti in un unico contenitore e pertanto senza possibilità di ricondurli alla “fronte di provenienza”! Risultato? Il garante per la tutela dei dati personali d’ufficio censura il programma, le parti politiche più varie a loro volta censurano, condannano, negano la possibilità che una trasmissione come le Iene possa infilarsi nella vita di un parlamentare e sottrarre in maniera truffaldina “dati sensibili sul suo stato di salute”! Viene pertanto da chiedersi, a difesa della trasmissione che tante altre volte è stata osannata per aver smascherato truffe di ogni tipo (laddove la giustizia aveva fallito), se vi siano veramente gli estremi per tale feroce censura, che ci impedisce di sapere la verità, di sapere se l’uomo che ho votato e che nei suoi programmi mi spiega come educare i miei figli e come comportarmi nella società civile è persona immorale, che si macchia del consumo di sostanze stupefacenti. Dalle discussioni apparse da Porta a Porta a Matrix e dalla lettura di articoli, si evincono tante cose, spiegate a pieno titolo da luminari della materia e politici più o meno infastiditi, si comprende come vi sia potuto essere un metodo poco trasparente per accaparrarsi questi dati … che, però, qui viene la mia riflessione … dati sensibili non sono, dati che esprimono lo stato di salute non sono…! Si tratta di un’informazione che nulla a che fare con le malattie o le caratteristiche di qualunque apparato del corpo umano di una persona … si tratta di informazioni sull’assunzione di una sostanza, che poteva tranquillamente essere Coca Cola, per dimostrare che al politico piaceva imbottirsi di anidride carbonica piuttosto che gustare le nostre arance di Sicilia! Si tratta, inoltre, di informazioni relative ad un’abitudine di consumo che normalmente viene sanzionata, quindi può costituire reato (se utilizzata in un certo modo e in certi quantitativi). Ancora, secondo punto: la Tv può o non può svolgere queste indagini? Chiediamolo all’opinione pubblica che è stata travolta dalle truffe di Wanna Marchi e che oggi deve ringraziare Striscia la Notizia e non certo le forze dell’ordine (con tutto il rispetto per il loro encomiabile operato)! In quel caso, il servizio pubblico della Tv va bene, non viene ostacolato! Bisogna convincersi che oggi la TV svolge un servizio di pubblica utilità e non può essere considerato tale solo quando si colpiscono comuni truffatori, mentre viene considerato abuso quando si toccano gli intoccabili! Che dire, allora, in questa ipocrisia all’italiana? Cerchiamo di liberarci da certi tabù e cerchiamo di vivere più liberamente! Citiamo lo slogan di una nota marca di snack al formaggio: <<Se non ti lecchi le dita … godi solo a metà!>>

Davide Diurisi

davidediurisi@studiodl.it

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Caro Davide, 
non posso che condividere quanto affermi. Per certi versi, siamo alle solite: ogni volta che viene coinvolto qualche personaggio del mondo politico, si scatena il finimondo su tutti i fronti, anche se, come giustamente puntualizzi, il filmato in questione non avrebbe rivelato né i volti e né i nomi dei parlamentari oggetto dello scherzetto organizzato dalle Iene. 
Inoltre, le voci dei politici sarebbero andate in onda totalmente artefatte e, quindi, assolutamente irriconoscibili. Ma c’è un aspetto che, a mio parere, colpisce maggiormente in merito alla situazione mediatica che si è venuta a creare: si è parlato di attacco alla privacy, di assalto irrispettoso nei confronti di dati sensibili. Ma, in realtà, ciò non corrisponde al vero, in quanto, come giustamente affermi nella tua dettagliata e-mail, non sono stati coinvolti nella questione dati relativi o allo stato di salute o ad eventuali relazioni private dei parlamentari burlati dalle Iene. Insomma, la domanda da porsi dovrebbe essere un’altra: è vero o non è vero che gli italiani hanno investito del mandato parlamentare anche (certo, non esclusivamente) persone che sono dedite al consumo di sostanze stupefacenti, consumo che, tra l’altro, in casi specifici previsti dalla normativa vigente è stabilito come reato? Se tale dubbio è legittimo e se, attenzione, è avvertito dall’opinione pubblica, perché dagli organi di informazione si punta il dito quasi esclusivamente su un’ipotetica violazione della privacy? Ti dirò di più: scommettiamo che se quei simpatici ragazzacci delle Iene avessero fatto quello scherzetto, anziché a 50 politici, a 50 ragionieri o a 50 spazzini o a 50 baristi tutto questo caos (la censura del programma, le accuse di attacco alla privacy, eccetera) non si sarebbe verificato? A chi crede nell’importanza delle istituzioni pubbliche e del vivere civile, questa situazione non può che ingenerare un ulteriore ed antipatico dubbio: non sarà, per caso, che alcuni cittadini possono considerarsi di Serie A ed altri, invece, solo di Serie B? Sono certo che qualcuno valuterà queste tue e mie considerazioni come forme di banale e sciocco qualunquismo diretto al mondo italiano della politica e dell’informazione, ma credo che lo scenario ed il putiferio che si sono scatenati nei giorni scorsi (ed ancora spiacevolmente in atto) richieda ulteriori riflessioni da parte di chiunque creda nell’importanza di comportamenti corretti e coerenti.

Marco Mancinelli
PressWeb Editor
pressweb@teletu.it

Le fonti di chi fa giornalismo sul blog? Un segreto professionale, almeno negli States…

ottobre 11, 2006

Recentemente, nello Stato della California, a San Diego, la multinazionale Apple ha citato in giudizio gli autori di due blogs ritenuti colpevoli, a suo dire, sia di violazione del segreto industriale che di omissione nel citare le proprie fonti informative. La difesa degli autori dei due blog (PowerPage e AppleInsider) è stata assunta dalla Electronic Frontier Foundation, l’organizzazione che difende i dirittti e le libertà degli utenti Internet. A rafforzare la tesi difensiva è stata la stessa Costituzione americana: il Bill of Rights, nel primo emendamento costituzionale, prevedendo la possibilità del segreto professionale del giornalista, si è rivelata la carta vincente per i due bloggers. In sostanza, l’attività giornalistica dei bloggers coinvolti è stata riconosciuta come tale anche se svolta on line e, quindi, è stata equiparata alla tradizionale forma di giornalismo propria della carta stampata. Secondo l’attuale giurisprudenza statunitense, è garantito al giornalista il diritto alla riservatezza delle proprie fonti e tale diritto è esteso anche al blogger impegnato a redigere ed a pubblicare news sul World Wide Web. Si tratta di un importante caso giuridico che non potrà che avere significative ripercussioni sulle nuove modalità di fare informazione on line che vedono sempre più bloggers esserne protagonisti. E in Italia? La parola, ora, dovrebbe passare ai bloggers nostrani e, soprattutto, al legislatore. Forse, con il tempo…

 

Marco Mancinelli
PressWeb Editor
pressweb@teletu.it