Atteggiamenti di gelosia e di invidia professionale, frustrazioni e problemi etici

novembre 30, 2006

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Anche nell’ambiente aziendale, della comunicazione e del marketing, certi vizi, anzi viziacci, sono duri a morire: mi riferisco alle cosiddette gelosie professionali. Nell’ambito dei frequenti contatti che è naturale sviluppare nel settore, non capita di rado notare atteggiamenti o ascoltare commenti da parte di alcuni che, in modo più o meno esplicito, si rivelano ben poco lusinghieri nei confronti di colleghi con i quali lavorano insieme o che, comunque, svolgono le medesime attività professionali. Ovviamente, a volte, si tratta di critiche che hanno anche una loro giusta ragion d’essere, ma, in altre circostanze, si tratta di vere e proprie “frecciate” gratuite rivolte verso terzi, “frecciate” che hanno come sola ed unica fonte di ispirazione un sentimento deleterio di gelosia e/o di invidia professionale. Non va dimenticato, inoltre, che, a volte, tali “stoccate”, magari fatte alle spalle, cioè all’insaputa dei destinatari, assumono caratteristiche che sfiorano la diffamazione. Le persone realistiche e di buon senso sanno bene che la gelosia e l’invidia sono sentimenti largamente presenti nel mondo degli esseri umani, ma, non per questo, sono da considerare come baratri in cui il precipitarvi dentro, di tanto in tanto, sia cosa da poco: non lo è, dal momento che essi ispirano modi di fare e di parlare che mirano a colpire in modo subdolo ed ingiustificato (per non dire anche indiscriminato) altre persone la cui colpa, se di colpa si può parlare, consiste unicamente nell’aver ottenuto, agli occhi dei loro detrattori, qualche buon risultato in più o una maggior considerazione a livello professionale o sociale. Cosa spinge certi detrattori a manifestare tanto astio verso alcuni incolpevoli colleghi è una domanda alla quale è ben complicato dare una risposta esauriente, valida per tutte le situazioni e per tutte le stagioni. L’esperienza insegna che, in prevalenza, il tutto nasce da due fattori scatenanti: da una più o meno latente insicurezza personale e, soprattutto, dalla volontà di emergere a tutti i costi rispetto a chi viene considerato un concorrente, vero o potenziale. E allora, vai con le frasi del tipo “e questo chi è? Di lui non ho mai letto nulla…”, “eh, pare che… si dice che…”, “sì, ha fatto questa richiesta, ma tanto è una rompipalle…” e via dicendo a go-go, la serie è lunga ed infinita. Al di là di quelli che, comunemente, vengono definiti come i principi della buona educazione, della discrezione e della non inopportunità, nei rapporti tra colleghi portare rispetto e mantenere un certo contegno è (dovrebbe essere) una regola largamente condivisa da tutti: è indubbio che in un ambiente in cui non vengono diffusi e né fatti strisciare veleni vari di natura verbale si lavora meglio e si può avvertire un piacere maggiore nel farne parte, anche e soprattutto a livello di relazioni interpersonali. Qualcuno di voi potrebbe dire: “sì, d’accordo, ok… ma è proprio su PressWeb che ho trovato riportati diversi aneddoti relativi a vari personaggi il cui comportamento è stato marcatamente stigmatizzato!!!”. Vero, anzi, verissimo, ma sono stati stigmatizzati certi comportamenti gravemente non professionali e/o non etici (effettivamente reali e riferiti a casi realmente accaduti) senza riportare alcun nome dei loro “eccelsi protagonisti” e ciò, sia ben chiaro, non soltanto per evitare di incorrere in eventuali ed antipatiche querele. Si parla tanto (e giustamente) di responsabilità sociale d’impresa, di un nuovo modo di rapportarsi nei confronti sia della propria professione che delle persone che gravitano, a diverso titolo, intorno ad essa: per alcuni, responsabilità dovrebbe significare tenere e mantenere comportamenti corretti anche verso quei colleghi che suscitano in loro sentimenti (infantili) di gelosia e di invidia. Ma, forse, per certi professionisti della denigrazione gratuita, più che un problema di frustrazioni personali mai superate, il tutto è solo una questione di scarso senso civico…

Marco Mancinelli
PressWeb Editor
pressweb@teletu.it

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2006 da incubo per il giornalismo internazionale: nel mondo, 102 giornalisti uccisi

novembre 23, 2006

Secondo i dati diffusi dalla WAN, World Association of Newspapers, il 2006 si presenta come un anno record per le uccisioni dei giornalisti. Nel 2005, i giornalisti assassinati furono 58, mentre nell’anno ancora in corso il numero è salito a quota 102 (dati aggiornati al Novembre 2006).
Questo triste record fa tornare alla mente molti nomi di reporters che, soltanto perché impegnati ad espletare il proprio lavoro, sono stati barbaramente assassinati da individui senza scrupoli, spesso (ma non solo), vestiti da militari.
Ci sono molti modi di svolgere la professione giornalistica, da chi elabora in modo accurato articoli di analisi lavorando al desk a chi va “on the field” per verificare e raccontare un determinato evento.
In diversi casi, i reporters si occupano di eventi bellici o di situazioni sociali che attengono a significativi fatti di cronaca capaci di originare importanti inchieste.
Prossimamente, PressWeb dedicherà a questo argomento qualche approndimento mirato a ricordare recenti casi amari che hanno visto soccombere, in situazioni diverse tra loro, alcuni validi reporters, tra i quali l’italiano Enzo Baldoni e la russa Anna Politkovskaya, rispettivamente uccisi nel 2004 (in Iraq) e nel 2006 (in Russia), in circostanze ancora ben poco chiare.


Premio Sodalitas Giornalismo per il Sociale

novembre 23, 2006

Sodalitas, dal 2001, promuove il Premio Sodalitas Giornalismo per il Sociale, il riconoscimento assegnato agli operatori dell’informazione che durante l’anno si sono particolarmente distinti per aver approfondito e segnalato all’opinione pubblica temi di particolare rilevanza sociale e umanitaria. L’intento della manifestazione è di favorire la crescita di una cultura dell’informazione maggiormente attenta ai problemi sociali e, allo stesso tempo, di ampliare la presenza dedicata a queste significative tematiche nei media. Il Premio è articolato nelle seguenti tre categorie:

  1. Stampa e Web: categoria dedicata ad articoli per la carta stampata e testi on line;

  2. Radio e Televisione: categoria dedicata ad audio e videocassette;

  3. Giovani Giornalisti: categoria dedicata a saggi e ad approfondimenti realizzati dagli allievi delle scuole di giornalismo a livello nazionale (non necessariamente pubblicati).

L’iscrizione è gratuita ed ogni partecipante può presentare fino a tre elaborati.
La giuria attribuirà un riconoscimento alla testata che ha diffuso l’articolo selezionato.
Per ulteriori dettagli: http://www.sodalitas.it/pag_2.php?liv2=43


Comunicazione vetusta e burocratica? No, grazie!

novembre 23, 2006

Comunicare. Comunicare è un’arte. Comunicare è materializzare, in senso figurato e concettuale, un’idea precisa. Comunicare non significa semplicemente dire o scrivere qualcosa ad una o più persone. Le definizioni di comunicazione non mancano e ce ne sono per tutti i gusti e per tutti gli approcci, di tipo personale o professionale. Siamo in molti ad essere appassionati di analisi e di tematiche relative al settore della comunicazione e di tutte le variegate forme che quest’ultima assume, siano tradizionali o innovative, attraversando e segnando sia la nostra vita che il tempo che viviamo. Senza dubbio, per chi fa il mestiere del comunicatore, è interessante ed utile valutare l’efficacia e le modalità proprie di ogni singolo strumento di comunicazione. Il sottoscritto ha sempre sostenuto che la crescita intellettuale e caratteriale di ogni individuo dovrebbe svilupparsi di pari passo con lo sviluppo sia delle proprie capacità comunicative che del suo approccio ai diversi strumenti di comunicazione, indipendentemente dal ruolo che egli possa rivestire a livello sociale e/o professionale.
In molti parlano di comunicazione aziendale, istituzionale e professionale mentre pianificano progetti di comunicazione orientati a dare visibilità e, soprattutto, conoscibilità ad un prodotto, ad un servizio, ad un’azienda, ad un evento. Ne parlano a lungo, in profondità ed avventurandosi anche in esercizi di tipo intellettuale rivolti anche ai massimi sistemi della comunicazione, facendo andare il discorso ben oltre ciò che si deve far transitare a livello di informazione verso uno o più targets di pubblico. Tutti aspetti legittimi e condivisibili, ma che, di frequente, celano alcuni vizi di forma ed anche di sostanza; presi dalla voglia di stupire e dall’entusiasmo di far presa sugli altri, non pochi professionisti dimenticano cosa si deve davvero intendere per comunicazione: dire o scrivere qualcosa facendosi comprendere, senza lasciare spazio ad equivoci e, soprattutto, evitando frasi e termini ambigui, inesatti, scorretti, capaci solo di creare confusione essendo decisamente fuori luogo. Gli errori più evidenti sono imputabili al grave oblio relativo ad una regola elementare che deve necessariamente stare alla base della costruzione di un qualsiasi discorso o documento: soggetto, verbo, complemento oggetto. Può essere anche stimolante cercare di creare un’emozione nel soggetto destinatario della comunicazione, utilizzando alcuni termini e qualche slogan ad hoc, ma lascia alquanto stupiti come certi riescano a far capire poco o nulla rispetto a quanto ed a cosa intendono effettivamente comunicare.
Who, What, Where, When, Why: quante volte vengono pianificati investimenti sul fronte della comunicazione dimenticando anche più di uno di questi elementi. A volte, in occasione di lettere redatte a fini promozionali (e, quindi, commerciali) vengono utilizzati dei termini ed anche delle forme di cortesia che risultano essere di una leziosità unica, capaci soltanto di indispettire il destinatario; nel migliore dei casi, se il destinatario non si irrita, si fa due belle risate alla faccia di chi gli ha mandato la lettera in questione. Ovviamente, sia nel primo che nel secondo caso, il cestino e, poi, il bidone della spazzatura avranno un nuovo ospite cartaceo… Termini come esimio e illustrissimo, frasi come sarei onorato di incontrarLa (ed altra robetta da burocrati ammuffiti) sono materiali da rottamare una volta per tutte: in modo grottesco, non stanno assolutamente al passo con la crescente (e per fortuna…) informalità del nostro tempo e, diciamolo senza mezze misure, sanno tanto di presa in giro o di modi da leccapiedi. Altro che comunicazione…

M


L’eccessivo “dress to impress” comunicativo del manager può nuocere. A se stesso…

novembre 23, 2006

Dress to impress” (vesti per impressionare), dicono gli anglosassoni che si occupano di marketing e di comunicazione, riferendosi all’importanza di arricchire i propri progetti con qualcosa che li faccia emergere all’interno del contesto di riferimento, che li faccia notare e, dunque, che non li faccia passare inosservati. Si tratta di un concetto mutuato dal mondo Fashion, dove, per essere trendy e vincenti, occorre farsi notare. Nulla di male, anzi, ben vengano idee innovative che imprimano uno sprint ulteriore alla visibilità: nel mondo professionale, la visibilità è un vero e proprio plus, una volta assicurata la sostanza e scongiurato il pericolo di proporre e di comunicare la cosiddetta “aria fritta“. Non è da sottovalutare un ulteriore aspetto: nell’evidenziare una determinata caratteristica, una qualità o una specifica competenza, chi ha buon gusto, conoscendo il significato dei termini “opportunità“, “senso del pudore” e “veridicità“, non travalica determinati steccati che stanno alla base del comunicare in modo sobrio. Proprio ieri, parlando con un imprenditore milanese, mi è stato riferito il caso di un giovane responsabile export di un’azienda che continua a proporsi sul mercato del lavoro (nulla di male) tramite il proprio sito web. L’imprenditore in questione, persona estremamente votata tanto alle novità quanto anche ai principi della sobrietà, mi ha riportato alcune delle frasi con le quali l’esperto di export propone la propria professionalità. Raccontando particolari vari sulla propria frequenza di un master, indica, senza mezzi termini, di averne conseguito il diploma come miglior allievo e di avere ricevuto dai docenti una menzione speciale per l’alta qualità del project work da lui svolto. Poi, passando alle proprie esperienze lavorative, il giovane esperto di export sottolinea di aver contribuito, durante uno dei suoi passati incarichi all’interno di un organico aziendale, a far raddoppiare il fatturato estero in meno di due anni. L’imprenditore si è incuriosito e, approfittando di una fitta rete di conoscenze nel mondo aziendale, ha chiesto (in modo corretto) informazioni sull’esperto export suddetto. Morale della favola: dopo aver sentito diverse “campane”, è risultato che l’export expert ha ricoperto incarichi per lo più di tipo impiegatizio e burocratico, altro che incarichi di vero business development! Ecco un caso lampante in cui qualcuno si è vestito un po’ troppo per impressionare e, anziché suscitare un interesse efficace, ha rimediato una figura di ben altra natura. Intendiamoci bene: assolutamente nulla di delittuoso o di scorretto, ma è pur certo che se il manager o il professionista comunica di sé ciò che non è nella reale sostanza, la questione può assumere le caratteristiche del ridicolo…

Marco Mancinelli
PressWeb Editor
pressweb@teletu.it


Write to PressWeb__Click e visitatori effettivi, un dilemma da newsletter

novembre 16, 2006

Salve. Con lo staff della società di servizi per cui lavoro, curo a 360 gradi la realizzazione e la gestione di una newsletter dedicata a temi aziendali. Durante una delle ultime riunioni, c’è stata una discussione sulla effettiva riuscita del progetto. Per dirla in breve, la newsletter collegata al sito viene inviata a oltre 15.000 nominativi e ciò potrebbe essere un gran successo, ma dalle statistiche leggo che i click sono circa 6.000 mentre i visitatori effettivi che approdano tramite la newsletter al sito sono circa 1.500; ho fatto presente che bisogna valutare bene se è il caso di intervenire sui contenuti che pubblichiamo, perché ho il dubbio che i risultati non siano di alto livello, come i responsabili del progetto dicono di ritenere. Cosa ne pensa PressWeb? Grazie da Max

Caro Max,

la questione che poni è molto interessante e quanto mai attuale: negli ultimi 5 anni, il fenomeno delle newsletters realizzate per sostenere la visibilità di presidi sul web è aumentato in modo quasi esponenziale e ciò coinvolge sempre nuove figure professionali. Il data base utilizzato per l’invio della vostra newsletter è, senza dubbio, ampio e “corposo”, ma, al di là di ciò che viene sostenuto da ancora fin troppi (falsi) esperti, il numero dei click conta fino ad un certo punto: sono i visitatori effettivi che davvero contano e che vanno considerati per valutare la riuscita o meno di un’iniziativa editoriale come quella delle web newsletters. Nel vostro caso, su 15.000 utenti che ricevono la newsletter, 1.500 accedono al sito: si tratta del 10%. Mi scrivi che i click sono 6.000: significa che, in media, ogni visitatore effettivo digita con il mouse 4 delle news che inserite nella newsletter. Ora, dipende da quali sono gli obiettivi della vostra newsletter per capire bene se è un risultato accettabile: magari, vi rivolgete ad un selezionato pubblico di nicchia e un tale risultato potrebbe anche essere valutato come positivo. Se, invece, il vostro target non è di nicchia e vi rivolgete ad un pubblico particolarmente ampio, ritengo che potete considerarvi ancora in una fase di start up, perché l’interesse effettivo espresso dagli utenti totali è piuttosto basso, in particolare se si intende considerare la vostra newsletter come un prodotto editoriale più che come uno strumento di comunicazione aziendale. Ne girano, di favole, nell’ambiente delle newsletters. Ciò che conta davvero è il numero effettivo di visitatori ottenuti sul totale degli utenti e non i click totali: chi sostiene il contrario, racconta favolette (altro che cappuccetto rosso o i tre porcellini).


Marco Mancinelli
PressWeb Editor
pressweb@teletu.it