Come scrivere e comunicare con efficacia? Rispettando anche le regole linguistiche!

febbraio 22, 2007

Chi, con la dovuta perizia, svolge la propria attività professionale nel variegato settore della comunicazione, dell’editoria e del giornalismo sa bene quali sono gli aspetti da curare ed i criteri da osservare per realizzare lavori di qualità. Non si tratta soltanto di tecniche espositive (tra cui, le 5 W della comunicazione), del “mettersi nei panni” di chi legge o di chi ascolta e della necessità di evidenziare il valore aggiunto di ciò che si intende comunicare.
Negli ultimi anni, si assiste ad uno strisciante “analfabetismo di ritorno”: leggendo scritti di varia natura o ascoltando discorsi pubblici, quante volte notiamo farsi largo un ennesimo strafalcione grammaticale o un impietoso errore ortografico? Non sempre, sia chiaro, ma, certamente, con maggiore frequenza rispetto ad un non così lontano passato. Lasciando da parte le probabili cause di un così strano (e, a volte, penoso) regresso linguistico, ciò che si nota è una scarna attenzione nei confronti di quelle che sono (semplicemente) le regole fisse della lingua italiana. Qualche breve ma significativo esempio? Alcuni non dicono “Gennaio“, ma “Gennaglio“. Alcuni non scrivono “un altro“, ma “un’altro“. Altri non scrivono “qualcuno“, ma “qualc’uno“. Altri ancora non scrivono “tutto a posto“, ma “tutto apposto“. La lista degli strafalcioni tende ad allungarsi in modo impietoso. Un po’ di sana attenzione nei riguardi di ciò che si scrive e di ciò che si dice, un po’ di tempo da dedicare alla lettura di qualche buon libro e un seppur veloce ripasso di tipo scolastico non farebbe di certo male a certi “distrattoni”. Forse, certi erroracci fanno capolino tra le nuvole della comunicazione italiana a causa dei ritmi fin troppo frenetici del lavoro quotidiano, ma, spesso, si tratta di refusi di origine dialettale: ogni dialetto, diciamolo una volta per tutte, è un vero disastro espressivo e, soprattutto, una sfacciata negazione della lingua italiana. Per scrivere e comunicare in modo corretto, occorre fare in modo che la mente ne prenda drasticamente le distanze. Anche se un’opinione abbastanza diffusa ritiene ancora che i dialetti siano comunque una sorta di simbolo di appartenenza (?) o un modo per distinguersi (?), non si può e non si deve sottacere che, in generale, ai fini della vera e corretta comunicazione, si tratta di elementi deleteri, nocivi ai fini sia del raggiungimento degli obiettivi professionali che della normale affermazione personale. Tra l’altro, in un mondo che è sempre più collegato ed interconnesso, ci dovrà pur essere un modo per farsi capire da tutti e non solo da quelli del proprio paesello o della propria contrada, senza offrire il fianco agli sghignazzi (meritati) altrui, no?…            

 

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