Yoani Sanchez, Giornalismo e Libertà

maggio 4, 2013
YOANI SANCHEZ

YOANI SANCHEZ

Come respirare aria pura: è questo che si è percepito nell’ascoltare Yoani Sanchez, la giornalista e blogger cubana, durante l’incontro tenutosi presso il Teatro Manzoni, a Monza, lo scorso 30 Aprile. Davanti a un’attenta platea, Yoani ha raccontato quanto sia complicato e tortuoso il rapporto con le autorità governative di Cuba, dove persistono ostacoli gravi alla libertà di espressione e di informazione.
Dal suo blog “Generacion Y“, Yoani illustra al mondo dell’assoluta necessità dei diritti civili e politici, delle forme concrete di democrazia e della libertà di informazione.
Un’annotazione personale: non si poteva che restare indignati quando, nel corso della sessione dedicata alle domande del pubblico presente in platea, una signora cubana dalle indubbie simpatie per il regime castrista ha rivolto accuse e critiche a Yoani al limite dell’indecoroso: nulla di nuovo sotto al sole, dal momento che il governo di Fidel Castro e i rispettivi simpatizzanti sparsi qua e là sono avvezzi ad accusare i dissidenti di essere contro la nazione e il popolo di Cuba, nonché eversivi pagati da qualche nazione straniera avversa. L’isolata contestazione, nonostante abbia innervosito, a tratti, gli animi di diverse tra le persone presenti, profondamente indignate, si è commentata comunque da sola, anche grazie, va detto, alla civile e circostanziata replica della giornalista protagonista della conferenza. 
Tornando agli aspetti più importanti della conferenza, Yoani Sanchez non ha raccontato soltanto delle speranze del suo popolo, ma anche di come le nuove tecnologie digitali e, in particolare, i social media (Twitter e Facebook), abbiano comunque aperto un canale di comunicazione, di informazione e di reale interscambio di esperienze che, in concreto, non fa che rendere sempre meno impermeabile ogni regime dalle critiche e dal dissenso.
Ovvio che, come ha sottolineato la stessa Yoani Sanchez, a Cuba, Paese con circa 11 milioni di abitanti, soltanto 123 persone (tra cui la stessa Yoani, attivissima on line) hanno la possibilità di accedere a Twitter (sempre e comunque in modo clandestino), ma è pur vero che l’effetto informativo che ne scaturisce assume forme che, soltanto rispetto a pochissimi anni fa, sembra diventare dirompente: ciò che accade a Cuba è sempre più noto agli occhi del mondo che naviga in Internet e se ciò avviene è anche grazie a una donna coraggiosa come Yoani Sanchez.
Yoani non si fa illusioni per quanto riguarda un cambio di regime in tempi brevi a Cuba, ma non si arrende in quella che considera essere la sua principale missione di vita: comunicare e informare, sempre con responsabilità e sempre con passione.
Una lezione di vita e di giornalismo da tenere sempre presente.
 
Marco Mancinelli
PressWeb Editor
pressweb@teletu.it
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Incontro con Andrea Tornaghi, architetto

luglio 18, 2011

Andrea Tornaghi

Il settore dell’architettura vive una fase di evoluzione permanente: nello specifico, si tratta di uno scenario in cui emergono sempre nuove esigenze di tipo abitativo civile (per i privati) e di tipo business (per le superfici retail, per le sedi aziendali e per location di eventi), uno scenario complesso che vede impegnati diversi professionisti nel realizzare progetti ad hoc per l’organizzazione ottimale e funzionale degli spazi. Ne parliamo con l’architetto Andrea Tornaghi, monzese, classe 1967, professionista con un significativo background maturato sia in Italia che all’estero negli ambiti edilizia, ristrutturazioni, interior design, retail and hospitality design, certificazioni energetiche e industrial design.

Dottor Andrea Tornaghi, oggi, cosa significa essere architetto?

“Essere architetto è un privilegio che porta con sé molte responsabilità. Significa poter inventare ogni giorno spazi e oggetti nuovi, ma, soprattutto, confrontarsi con chi dovrà fruire ciò che noi, per suo conto, progettiamo. Il “Design”, non solo industrial, deve rispettare sia forma che funzione, troppo spesso, quest’ultima, dimenticata. Significa anche, sempre di più, attenzione ai nuovi materiali e tecnologie: solo pochi anni fa, nessuno sapeva cosa fosse un “cappotto” e, ora, costruiamo case con consumi energetici estremamente ridotti e sempre più orientate verso l’autosufficienza energetica”

Che ruolo svolge l’architettura nell’ambito della società contemporanea?

“Davvero una bella domanda. L’architettura è portatrice di una forza dirompente, è una delle ultime discipline umanistiche in grado di cambiare il nostro modo di vivere e il nostro territorio. Nel corso dei secoli, ha prestato la sua arte sia per luoghi di culto che per fortificazioni ed edifici monumentali e celebrativi. Oggigiorno, perlomeno in Italia, sembra un po’ svilita quasi fosse inutile. I nuovi monumenti sono diventati i centri commerciali e le amministrazioni non si prodigano di certo per creare veri luoghi di aggregazione e concreti spazi pubblici. Sono stato di recente a Barcellona ed è stata una boccata d’aria: la città vive e ogni edificio pubblico è pensato per la collettività anche negli spazi accessori. Quanto ai centri commerciali di cui sopra, è stato appena inaugurato in Piazza di Spagna quello realizzato dalla mano di Foster al posto della Plaza de Toros o, meglio, dentro di essa: un esempio di come sia possibile integrare una funzione nuova e moderna nel mezzo della storia della città”

In base alla sua pluriennale esperienza, come nasce un progetto architettonico e quali sono le sue principali linee guida?

“La partenza sono le necessità del cliente e i suoi desideri che trovano espressione e guida nel nostro intervento. Sia che si tratti di un’abitazione, di uno spazio retail o di un albergo, muovo dai volumi, dal generale scendendo, poi, via via fino al minuto particolare. Ci sono però idee che permeano di sé il progetto fin dall’inizio, quali i materiali che si intendono usare o il tipo di percezione che si desidera avere dei volumi”

A suo avviso, quale deve essere il risultato finale di un progetto architettonico?

“Il benessere. Come dicevo prima, l’architettura influenza la nostra vita e lo fa spesso fisicamente. Le faccio un esempio: a Milano, in Via Montenapoleone, c’era un negozio di Versace estremamente decorato, in stile neoclassico del quale molti sono stati detrattori. Gli spazi erano però molto ben progettati e soprattutto vi erano armonia e proporzione: dentro quel negozio si stava molto rilassati, a proprio agio. L’obiettivo era stato raggiunto completamente. Per contro, vi sono edifici che ci fanno stare male: a Basilea, vi è lo Schaulager, edificio progettato come magazzino di opere d’arte, aperto per alcuni mesi l’anno come museo. L’edificio è interessante, senza dubbio un ottimo magazzino, ma, per il visitatore, risulta stressante e claustrofobico: durante la visita, sono stato colto da nausea crescente, scomparsa una volta uscito all’aperto”

Sul versante dell’impatto visivo, che cosa deve comunicare ai propri fruitori la realizzazione finale di un progetto architettonico ottimale?

“Non credo ci possa essere una risposta univoca a questa domanda. Ognuno di noi ha una propria sensibilità estetica, a volte, molto sviluppata e, altre volte, pochissimo sviluppata. Inoltre, differenti sono le richieste in partenza. In linea generale, dovrei rispondere “appagamento” per il risultato raggiunto: qualcosa che rispecchi e, se possibile, superi le aspettative del cliente. Si tratta di fattori quali la freschezza per un negozio, l’autorevolezza per uno studio legale, la magnificenza per uno spazio celebrativo…”

Lei è anche designer di interni, in particolare, per il settore furniture. Quale deve essere il valore aggiunto di un prodotto di design?

“La comodità, la semplicità e la logica di fruizione. Un qualsiasi prodotto viene prima disegnato e il riconoscimento del creatore è storia recente. C’è stata una corsa all’oggetto di “design” inteso come accattivante, strano, esteticamente riuscito: in questo ambito, Alessi ha fatto storia. Questo ha, però, portato all’esasperazione e alla riduzione, spesso, del design a una valenza puramente estetica, mentre è vero il contrario: la parte tecnica ha un’enorme importanza. Quindi, il valore aggiunto, ciò che rende un prodotto di design degno di tale nome è il perfetto amalgama tra forma e funzione, quasi diventassero una cosa sola”

In assoluto, qual è il progetto al quale lei sente di essere maggiormente legato?

“In realtà più di uno, ma forse l’ultimo, che mi sta dando molte soddisfazioni. Una ristrutturazione di un edificio industriale trasformato in residenza dove la sintonia con la committenza è stata totale e in cui abbiamo potuto utilizzare materiali naturali come il sughero e la lana e ci siamo confrontati con spazi forse rigidi ma ampi: con una serie di aperture, abbiamo realizzato dei cannocchiali per cui da ogni locale si leggono due, tre piani in profondità e si percepisce come un costante fluire di un locale dentro un altro, fino al giardino”

Informazioni:

Creative Architects Network
www.ca-n.it
Andrea Tornaghi
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Marco Mancinelli
PressWeb Editor
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