Il futuro del giornalismo tra etica e professione

ottobre 7, 2011
Lo scorso 6 Ottobre, si è svolto presso l’Aula Magna dell’Università Statale di Milano il convegno “Il Futuro del Giornalismo. Etica e Professione”, organizzato dall’Ordine dei Giornalisti della Lombardia. Dai lavori, è emersa una marcata preoccupazione da parte dei giornalisti per le attuali tendenze dei media, ma, allo stesso tempo, anche una grande domanda orientata all’informazione di qualità, un valore che non può prescindere dall’etica. Ed è con queste considerazioni che il presidente dell’OdG della Lombardia, Letizia Gonzales, presentando il convegno, ha riassunto i dati emersi dalle ricerche presentate da Enrico Finzi, presidente di Astra Ricerche, in occasione del terzo appuntamento del ciclo sul futuro del giornalismo. Una cospicua platea di addetti ai lavori e non ha seguito l’intensa mattinata in cui le ricerche di Enrico Finzi sono state commentate da Roberto Napoletano, direttore de Il Sole 24 Ore, Anna Maria Testa, pubblicitaria e docente universitaria, Pier Gaetano Marchetti, Presidente Rcs Mediagroup, Luca Telese, giornalista de Il Fatto Quotidiano e La7, Marco Tarquinio, Direttore di Avvenire, Massimo Tafi, presidente di Mediatyche. Nel corso del dibattito, è intervenuto Roberto Natale, presidente della Federazione Nazionale della Stampa Italiana (FNSI).
Tra i vari argomenti trattati, ha assunto un ruolo di rilievo il senso di disagio avvertito da molti operatori dell’informazione: da più parti, viene considerata a rischio l’autonomia del giornalismo, minacciata non soltanto da una spasmodica ricerca dello scoop a tutti i costi, ma anche dai recenti provvedimenti legislativi in tema dell’utilizzo delle intercettazioni telefoniche. 
Di rilievo anche la situazione dei giornalisti precari, in particolare, dei free lance: fin troppo spesso, alcuni articoli vengono retribuiti, in media, con soli 4 euro, frapponendo pesanti ostacoli sul versante dell’accesso alla professione. 
Nonostante le aree critiche del giornalismo contemporaneo, il pubblico dei fruitori dei prodotti giornalistici, dato che emerge dalle dettagliate indagini di Astra Ricerche, pare continuare a riconoscere il valore e l’utilità dell’informazione, chiedendo, però, una maggiore attenzione alla qualità stessa dell’informazione.
Anche nell’era delle concorrenza on line da parte di prodotti informativi gratuiti che, va detto, si presentano particolarmente variegati anche sotto il profilo della qualità e dell’affidbilità, l’opera di chi svolge la professione del giornalista resta ed è ancora considerata come indispensabile. 
Insomma, non corrisponde al vero che l’informazione è davvero malata, ma non c’è dubbio che, oggi forse più che in passato, si rende necessario un ulteriore salto di qualità, basato sul binomio Etica e Autonomia del giornalista (politica permettendo…).
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Per informazioni e download sintesi interventi relatori: http://www.odg.mi.it/node/32470
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Marco Mancinelli
PressWeb Editor
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Giornalismo, Carta del Carcere e della Pena

settembre 12, 2011

Giornalismo, Carta del Carcere e della Pena

“Quante volte un articolo di giornale ha bloccato riforme importanti che andavano fatte in tema di carcere e di giustizia…”. Il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, intervenuto alla presentazione della Carta del Carcere e della Pena illustrata a Palazzo Marino dagli Ordini dei giornalisti della Lombardia, dell’Emilia-Romagna e del Veneto, un codice deontologico dedicato a chi scrive di condannati, detenuti, delle loro famiglie e del mondo carcerario in genere. “Ancora oggi”, ha aggiunto Pisapia, “ci sono mostri sbattuti in prima pagina”. La Carta è il primo passo per arrivare all’approvazione di un codice a livello nazionale che regoli i rapporti tra media e mondo carcerario. “L’informazione non solo riflette, ma orienta l’opinione pubblica e quindi ha una grande responsabilità per evitare di scatenare sentimenti collettivi incontrollati”, ha detto il Presidente Emerito della Corte Costituzionale, Valerio Onida, tra i curatori della Carta deontologica. “Il bene fondamentale da tutelare sempre la dignità delle persone”, ha aggiunto. La Carta afferma sostanzialmente due principi: il primo che non è ammessa (neanche per i giornalisti) l’ignoranza della legge e che sono leggi quelle che consentono a un detenuto di accedere a benefici e misure alternative: la possibilità di riappropriarsi progressivamente della libertà non mette in discussione la certezza della pena. Si tratta, dunque, di usare termini appropriati in tutti i casi in cui un detenuto usufruisce di misure alternative al carcere o di benefici penitenziari, evitando di sollevare un ingiustificato allarme sociale e di rendere più difficile un percorso di reinserimento che avviene sotto stretta sorveglianza. Le misure alternative non sono equivalenti alla libertà sono una modalità di esecuzione della pena. Altro principio a cui si fa riferimento nella Carta è il diritto all’oblio. Una volta scontata la pena, un detenuto che cerca di ritrovare un posto nella società non può essere indeterminatamente esposto all’attenzione dei media che continuano a ricordare ai vicini di casa, al datore di lavoro, all’insegnante dei figli e ai loro compagni di scuola il suo passato. Sono ammesse ovvie eccezioni per quei fatti talmente gravi per i quali l’interesse pubblico non viene mai meno. All’iniziativa milanese, svoltasi Sabato 10 Settembre, a Palazzo Marino, erano presenti i presidenti degli Ordini interessati, le direttrici delle più importanti riviste carcerarie italiane, il provveditore regionale alle carceri lombarde Luigi Pagano, l’attuale direttore del carcere di Bollate Massimo Parisi, l’ex direttrice Lucia Castellano, oggi assessore alla Casa del Comune di Milano e un gruppo di detenuti che ha collaborato alla stesura della Carta. Intervenuti anche l’assessore comunale milanese alle Politiche sociali Pierfrancesco Majorino e il presidente della Commissione Sicurezza e membro del direttivo della Camera Penale Mirko Mazzali. “Questa Carta”, ha concluso il presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia Letizia Gonzales, “è anche un tentativo di rispondere a una sorta di imbarbarimento della nostra professione, in tutti i casi nei quali, anche per la fretta e la velocità con cui spesso siamo costretti a lavorare, i media finiscono per creare mostri invece di parlare di persone che hanno commesso reati anche mostruosi ma che restano in ogni caso persone”.
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Questo è quanto è scaturito dalla volontà di diversi giornalisti e operatori dell’amministrazione carceraria. Non va mai dimenticata l’incidenza sull’opinione pubblica del come si fa informazione su temi delicati e sensibili quali quelli relativi al carcere: cresce l’esigenza, da parte del mondo giornalistico, di rapportarsi alle vicende certamente giudiziarie, ma anche e soprattutto umane di chi ha commesso errori penalmente rilevanti in modo corretto, equilibrato e lontano dalle tentazioni sensazionalistiche che, non di rado, hanno inficiato il lavoro stesso di non pochi operatori dell’informazione.
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Per approfondimenti:
http://www.odg.mi.it/node/32448
Download “Carta di Milano”:
http://www.odg.mi.it/files/CARTA%20DI%20MILANO_0.pdf

Marco Mancinelli
PressWeb Editor
pressweb@teletu.it

Raccontare la vita metropolitana è informazione

dicembre 27, 2006
Raccontare la vita metropolitana è informazione

Raccontare la vita metropolitana è informazione

Raccontare con gli occhi da osservatore una grande città è uno dei modi possibili per fare informazione: è proprio nei dettagli ravvisabili nelle più diverse situazioni urbanistiche, sociali e relazionali che è insita l’attualità della società contemporanea, fatta anche di sfaccettature e di contraddizioni.

In passato, il sottoscritto si è occupato di uno dei tanti aspetti che stanno a testimoniare come anche in una grande ed affascinante città come Milano vi siano delle zone d’ombra, degli ambiti in cui la vita della metropoli ti sbatte in faccia una realtà fatta di emarginazione, di sconforto e di abbandono: nel Novembre del 2005, per offrire un ulteriore contributo alla conoscenza relativa al problema dei cosiddetti “barboni“, cioè delle persone che vivono per strada, dialogai con Renato, un emarginato senza casa che aveva fatto delle strade di Milano la propria dimora itinerante.

L’articolo “Renato. Incontro con un invisibile” fu un’occasione per sapere qualcosa di più in merito al come ed al perché, nella società consumistica dell’immagine e dei mass media, parte dell’umanità presente nelle grandi metropoli si ritrovi a vivere in condizioni che definire precarie è riduttivo.

A loro volta, altre situazioni meritano di essere trattate sul blog, con puro spirito di informazione e nell’intento di offrire spunti di riflessione.

Chiunque si occupi di informazione, tradizionale e non, non può dirsi immune dalla voglia di raccontare anche la vita delle metropoli: c’è sempre qualcosa di significativo da far emergere o, comunque, da evidenziare.

Marco Mancinelli
PressWeb Editor
pressweb@teletu.it