Cancellata la norma che prevedeva 9 anni di carcere per i giornalisti colpevoli di diffamazione a politici e a magistrati. Almeno, per ora…

giugno 24, 2016

Cancellata la norma che prevedeva 9 anni di carcere per i giornalisti colpevoli di diffamazione a politici e a magistrati. Almeno, per ora...

Dopo giorni di forti polemiche, i giornalisti italiani possono dirsi salvi (almeno, al momento): infatti, con il primo sì espresso dal Senato della Repubblica, è stata ritirata la norma che prevedeva fino a 9 anni di carcere per i giornalisti che avessero diffamato politici o magistrati (mentre, per lo stesso reato commesso nei confronti di un semplice cittadino, ricordiamolo sempre, si preveda una pena fino a 6 anni e chissà perché tale disparità…).

Viene eliminato, dunque, il reato di diffamazione a mezzo stampa dalla proposta di legge in materia di contrasto al fenomeno delle intimidazioni ai danni dei politici, degli amministratori locali e dei magistrati, approvato con 180 voti a favore, 0 contrari e 43 astenuti, fra i quali spiccano parlamentari appartenenti alla Lega e al Movimento 5 Stelle.

Ora, l’esame del provvedimento passerà alla Camera dei Deputati.

Con il Ddl approvato, si è inteso intervenire su norme già esistenti, come quelle previste dell’articolo n. 338 del codice penale sulle violenze o minacce a un “corpo politico amministrativo o giudiziario”.

In questo caso, l’articolo in questione viene modificato estendendo la tutela giuridica ai “singoli componenti” dei corpi elencati nel codice.

Come si è già avuto occasione di rimarcare su PressWeb, la clausola che prevedeva fino a 9 anni di carcere per i giornalisti era stata inserita in Commissione Giustizia e aveva, fin da subito, provocato aspre polemiche da parte degli enti di categoria dei giornalisti che avevano ravvisato, nel provvedimento in questione, il rischio di una legge decisamente non uguale per tutti: un fatto gravissimo e, con ogni probabilità, senza precedenti nell’ambito dello Stato di Diritto.

Al momento, pare dissolversi una delle più insensata e inique norme che, di fatto e non sulla base di una semplice ipotesi, ponevano su un piano diverso politici (in primis) e magistrati da un lato e, dall’altro, i “semplici” privati cittadini.

Quindi, la faccenda sembra andare verso una ricomposizione rispettosa del principio costituzionale che sancisce che ogni cittadino è uguale davanti alla legge (Articolo 3: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”).

Sperando che qualche altro politico di qualsiasi area non voglia distinguersi con qualche altra bella pensata creativa.


Marco Mancinelli
press.web@teletu.it

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9 anni per diffamazione a mezzo stampa: trattamento speciale per la casta dei politici

maggio 27, 2016

9 anni per diffamazione a mezzo stampa_trattamento speciale per la casta dei politici

È ufficiale: per i politici italiani, esistono cittadini di Serie A e cittadini di Serie B.

Di fatto, è quanto emerge dalla recente vicenda parlamentare, datata 3 Maggio 2016, che ha visto la Commissione Giustizia del Senato della Repubblica approvare quasi all’unanimità (forse, soltanto un voto contrario…) una norma (articolo 339 bis del Codice Penale) che prevede il carcere fino a 9 per il giornalista che diffama a mezzo stampa un politico o un magistrato.

Invece, il giornalista che scrive cose sbagliate su un cittadino qualunque rischia una condanna fino a 6 anni di reclusione.

La vicenda ha dell’incredibile, eppure ciò è quanto accaduto: ancora una volta e senza farsi tanti scrupoli, la classe politica italiana (la casta per eccellenza) si impegna fattivamente per tirare un ulteriore calcio in faccia al mondo dell’informazione e lo fa in modo che definire offensivo nei riguardi della società civile è un estremo eufemismo.

L’unanimità del voto, poi, la dice lunga, molto lunga sulla sostanziale tendenza all’omologazione di un certo modus operandi da parte di tutti (proprio tutti) i gruppi politici eletti dai cittadini italiani.

Va detto che le reazioni a questa grave novità illiberale non sono mancate: in particolare, il Comitato esecutivo dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti, riunitosi a Roma, ha subito osservato che, da una parte, viene sbandierata come già compiuta (ma di fatto insabbiata) l’abolizione del carcere per la diffamazione a mezzo stampa e, dall’altra parte, con un vero e proprio colpo di mano, vengono inasprite le pene previste determinando una inaudita disparità di trattamento tra politici e magistrati (considerandoli cittadini di Serie A) e tutti gli altri (cittadini di Serie B).

Appare assai ridicola la motivazione espressa da alcuni esponenti politici in base alla quale il provvedimento trae origine dalla necessaria tutela degli amministratori pubblici nei confronti di intimidazioni, di violenze o di minacce finalizzate a ostacolarne o bloccarne il mandato.

Come dichiarato dai vertici dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti, “in realtà, si accentua il tentativo di intimidire i giornalisti, limitando il diritto dei cittadini ad essere informati”.

Nel provvedimento, nemmeno una riga a tutela dei tanti giornalisti bersagliati dalle cosiddette “querele temerarie”, dalle minacce e dalle intimidazioni di vario genere.

Il prossimo passaggio tocca all’aula del Senato.

Va detto che appare ulteriormente ridicolo e fortemente ipocrita che, ora, come viene riportato da alcuni organi di stampa, qualche membro della Commissione Giustizia accenni qualche timido tentativo di fare marcia indietro (?) o affermi (roba da cabaret di quarta categoria) di non ricordare cosa abbia votato.

Complimenti vivissimi a Tutti.

Marco Mancinelli
PressWeb Editor
pressweb@teletu.it