Etica e mondo dei servizi: lo “strano” caso di un finto selezionatore

Operare professionalmente nel settore dei servizi alle imprese richiede molte qualità: non soltanto capacità progettuali, di analisi, di comunicazione e, quindi, competenze specifiche mirate ad apportare un concreto valore aggiunto a supporto di un determinato business aziendale, ma anche l’osservanza di norme di tipo etico. Non ci si stancherà mai di ripetere che l’osservanza quotidiana di atteggiamenti etici e, quindi, ispirati alla cosidetta responsabilità sociale d’impresa non può che agevolare un processo migliorativo all’interno del mondo del lavoro. Da alcuni anni, un numero crescente di soggetti del settore dell’industria, del commercio e dei servizi dedica una significativa attenzione a questo tema, impegnandosi non solo sul versante del proprio vissuto operativo, ma anche su quello della necessaria opera rivolta alla sensibilizzazione ed al coinvolgimento di fornitori, di clienti e di colleghi. 
Avere un atteggiamento etico significa comportarsi in modo corretto anche in situazioni che possono apparire come banali o non importanti.
Ritengo significativo riportare un fatto recente, realmente accaduto ad una giovane laureata impegnata professionalmente all’interno di una società milanese. Valentina (il nome è di pura fantasia e mi è stato indicato dalla persona coinvolta), pochi mesi fa, è stata interpellata per un colloquio conoscitivo da un responsabile di una società di servizi. Il colloquio si è svolto in modo “strano”: le domande poste dal selezionatore sono state praticamente tutte incentrate sulla società nella quale Valentina lavora da tempo.
“Cosa fa l’azienda dove lavora?”, “La conduzione è familiare? Quanti siete?”, “Che tipo di clienti avete? Fate new business?”, “Chi si occupa di comunicazione? Avete un ufficio stampa? Interno o esterno?”, “Cosa fa il titolare? Come si chiama? Tiene lui i contatti con l’ufficio stampa?”, “Come vi proponete all’esterno? Fate marketing?”, “Come vi promuovete?”, “Dove abita il titolare?”, “Dove avete la sede?” e via dicendo. Il colloquio è stata, in tutta evidenza, una vera e propria farsa: la giovane marketer è stata interpellata non per essere valutata ai fini di un inserimento professionale nella società dell’intervistatore, ma soltanto ed esclusivamente per tentare di carpirle notizie ed informazioni, anche di tipo riservato, relative alla società nella quale Valentina lavora. Va detto che, in ogni caso, il tentativo furbastro e squalliduccio posto in essere dal valente(?) “selezionatore” è andato miseramente a vuoto: essere giovani non significa essere poi così ingenui come invece pensano certi “personaggi” di basso livello che infestano anche il settore dei servizi. L’atteggiamento in questione non è solo scorretto e, quindi, non etico, ma è anche ben poco intelligente: per informarsi in merito ad una determinata struttura (e non c’è nulla di male in questo, sia ben chiaro), è sufficiente consultarne il sito web, fare un minimo di ricerca su Google e, se ciò non basta, contattarla telefonicamente o tramite posta elettronica. Certi mezzucci di basso livello non rientrano di certo nella lunga serie di comportamenti penalmente rilevanti, ma, indubbiamente, non possono che essere considerati come sintomi del virus della scorrettezza: tentare di approfittare della buona fede altrui è un “qualcosa” che denota un grave menefreghismo nei confronti di ciò che si deve ritenere essere un comportamento etico.
Ma, si sa, quando non sono capaci di svolgere la propria professione con la dovuta perizia, alcuni “personaggi” ricorrono agli espedienti più meschini, pensando, in tal modo, di colmare il gap di competenza che li contraddistingue.                        

M

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One Response to Etica e mondo dei servizi: lo “strano” caso di un finto selezionatore

  1. vartui ha detto:

    Sarebbe il caso di fare una collana di episodi simili e presentarla come manuale dei nuovi furbi!
    🙂

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