Comunicazione e strafalcioni bizzarri: un binomio sempre attuale (purtroppo)

Comunicare in modo corretto significa molte cose: significa trasmettere informazioni dettagliate, parlare correttamente, scrivere in modo inequivocabile. Un buon comunicatore non si ispira soltanto alle famose 5 W della comunicazione (Who, What, Why, Where, When) in modo scrupoloso, ma anche al far emergere in modo circostanziato il valore aggiunto dell’informazione che intende comunicare: una novità, una riflessione, un dettaglio che riveste una significativa importanza nel contesto a cui egli intende rivolgersi o riferirsi. Potrà sembrare alquanto strano o addirittura incredibile, ma non può che giovare aggiungere a quanto detto che comunicare in modo corretto significa anche evitare strafalcioni di tipo bizzarro, cosa per la quale si fanno notare, di tanto in tanto, alcuni managers e professionisti (o pseudo tali) che, con estrema disinvoltura, inseriscono parole inesistenti in alcune loro comunicazioni scritte o orali. Il fenomeno (perché di un vero e proprio fenomeno si tratta) è più esteso di quanto si possa immaginare: è sufficiente prestare un po’ di maggiore attenzione ai contenuti della marea di documenti, e-mail, discorsi e articoli di cui veniamo a conoscenza diretta o indiretta. Spesso, si tratta di vocaboli la cui originale forma corretta viene letteralmente stravolta. A volte, si tratta di discorsi senza né capo e né coda. In alcuni casi, si tratta di termini in lingua inglese che, seppur di per sé esistenti, si rivelano essere assolutamente inadeguati ed inesatti per comunicare il significato desiderato nel contesto della frase. Facciamo un po’ di esempi reali, osservati personalmente dal sottoscritto. Un ex funzionario camerale, spesso impegnato a redigere vari documenti e verbali, per comunicare l’evolversi positivo di un lavoro in corso, era solito (e lo sarà di sicuro ancora, nei secoli fedele) dire e, soprattutto, scrivere la frase “è tutto apposto”, anziché utilizzare la normale (seppur poco professionale) frase “è tutto a posto”. Una giornalista che, attualmente, si occupa di comunicazione per un ente locale, pochissimi anni fa, nell’ambito di un suo articolo dedicato alle aziende italiane che aprivano nuove sedi all’estero, scrisse la frase “l’azienda che si insidia all’estero”, anziché “l’azienda che si insedia all’estero”. Forse, pensava a qualcosa di sinistro? Difficile saperlo… Un gruppo di agguerriti consulenti aziendali, poco tempo fa, probabilmente rapiti da una profonda ispirazione, prepararono un dettagliato piano di lavoro che fu inviato a vari soggetti con cui collaboravano  nell’ambito di alcuni progetti. In modo dettagliato, indicavano le date entro le quali ogni partecipante al progetto avrebbe dovuto svolgere un determinato compito. Questo tipo di prospetto, solitamente, si chiama “timing”. Come lo chiamarono, invece, scrivendolo a caratteri cubitali? “Timetable”! “Timetable”, in inglese, significa soltanto ed esclusivamente “orario”; è un termine utilizzato per indicare l’orario delle partenze di aerei, treni e navi. Forse, i redattori del documento pensavano già alle ancora lontane vacanze estive o, magari, erano già in partenza? “Signori, tutti in carrozza, si parte!”, verrebbe da dire…Un giorno, leggendo un documento promozionale redatto da un gruppo di consulenti pubblicitari, ebbi l’occasione di veder scritta la seguente frase “la creatività è la quinta essenza della comunicazione moderna”, anziché “la creatività è la quintessenza della comunicazione moderna”. Chissà, secondo gli autori di questa perla rara, dunque, quale sarà la sesta essenza? Ora, battute spontanee a parte, occorre chiedersi quali siano le cause che stanno alla base di tali strafalcioni. I più garantisti potranno dire che le cause principali consistono nella fretta e nei frenetici ritmi lavorativi sostenuti (può darsi), ma è più che doveroso rilevare che, spesso, si tratta di superficialità e/o di lacunose conoscenze linguistiche, maturate nel tempo e mai volenterosamente colmate. Insomma, potrà sembrare una banalità, ma comunicare significa anche rispettare l’esatta espressione linguistica relativa a ciò che si intende comunicare. Sempre che si voglia davvero comunicare bene e non occuparsi di altro, se non altro, per evitare pessime figure.

Marco Mancinelli
PressWeb Editor
pressweb@teletu.it
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3 Responses to Comunicazione e strafalcioni bizzarri: un binomio sempre attuale (purtroppo)

  1. Giovanni ha detto:

    Scommetto che le persone hanno CREATO quelle “perle linguistiche” sono anche persone che si ritengono una spanna sopra gli altri. Povera Italia. E povero italiano!

  2. Veronica ha detto:

    Come ti accennavo…direi che è meglio stendere un VELO PELOSO

  3. PINO L'AVVOCATO ha detto:

    Alla base del mio lavoro vi è la continua redazione di atti necessari per avanzare istanze, richieste, denunce e quant’altro. Devo purtroppo ammettere che la qualità degli stessi è spesso scadente, quando tutto va bene. Infatti alcuni colleghi volendo emulare i grandi giuristi del passato utilizzano terminologie che di fatto o contraddicono il concetto che intendevano esprimere oppure di fatto lo affossano! Per non parlare dell’uso non sempre azzeccato del congiuntivo…..
    In generale però scrivere bene, adoperando un linguaggio essenziale, ultizzando periodi non necessariamente lunghi e con poche incidentali (a volte un punto che conclude un periodo lo si ritrova dopo dieci righe di circumvoluzioni da vertigine), è una prerogativa di pochi. Con il risultato pratico di vedersi rigettata una richiesta o una istanza per il semplice fatto che il magistrato rinuncia ad andare avanti nella lettura perchè non ha tempo da perdere. Ai miei giovani collaboratori ricordo sempre ciò che mi ha insegnato il mio maestro: quanto più scrivi tanto più il giudice non legge. A volte una citazione di quaranta pagine non è sinonimo di garnde abilità professionale.

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