Gennaio 19, 2007
Buongiorno. Sono un imprenditore che si è avvalso della collaborazione di un consulente editoriale – di cui non dico il nome per correttezza – per produrre della documentazione aziendale. Un mio conoscente mi ha informato che il suddetto consulente ha pubblicato un articolo in cui parla del suo lavoro. L’ho letto e riletto con molta attenzione e ho trovato la frase “l’abile consulente si ritaglia un’autonomia operativa nei confronti del suo cliente. Questo presuppone una maggior responsabilità, ma permette di evitare quelle situazioni in cui un’iniziativa naufraga per le ingerenze poco opportune dell’editore che ha la presunzione di essere un valido comunicatore“. La domanda che voglio porre è, parlando con chi fa comunicazione anche nel settore editoriale, non siamo davanti a un atteggiamento di sgradevole presunzione da parte di chi è pagato da un cliente per un lavoro non così facile da piazzare nel mercato dei servizi alle imprese? Grazie per la risposta su Pressweb. Saluti.
Un lettore
Caro lettore, per prima cosa, condivido che, in un periodo come quello attuale, in cui molte realtà aziendali si mostrano più propense a tagliare costi piuttosto che ad investire sul versante di servizi consulenziali come quelli editoriali, il fatto che te, come azienda, ricorra o abbia fatto ricorso ad un servizio consulenziale del tipo in questione non può che avvalorare il tuo modo di porti nei confronti della necessaria qualità della comunicazione aziendale. Detto questo, occorre aggiungere che, parlando in termini generali, ogni consulente editoriale e comunicatore svolge questa professione come meglio crede. Non c’è dubbio che, considerando diversi casi di cui il sottoscritto è a conoscenza, alcuni committenti, pur digiuni di determinate tematiche legate alla comunicazione, a volte, tendono a gestire il proprio rapporto con il consulente di turno in modo non propriamente proficuo. Ma è esattamente in questo contesto che deve emergere la vera professionalità del consulente esterno: deve essere in grado di comprendere i reali bisogni e le concrete aspettative del cliente per poi amalgamare armonicamente il tutto con il suo intervento professionale. Da come hai riportato la frase scritta dal tuo consulente, inutile negare l’evidenza, emerge (forse) una strana sorta di presupponenza che non sembra essere esattamente in linea con le modalità operative a cui dovrebbe attenersi un navigato ed esperto professionista impegnato nel settore dei servizi alle imprese, modalità fatte necessariamente anche di capacità e di volontà di ascolto, di analisi e di considerazione riferite ai bisogni del committente. Magari, caro lettore, forse non sarà il caso del consulente editoriale di cui racconti, certo è, però, che qualche consulente, a volte, in virtù della professionalità che egli si autoattribuisce, cade e scade in atteggiamenti da “professorino in erba“, rischiando sia di scavare un solco controproducente tra sé ed il cliente che di rimediare qualche pessima figuraccia.
M
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Pubblicato da pressweb
Novembre 16, 2006
Salve. Con lo staff della società di servizi per cui lavoro, curo a 360 gradi la realizzazione e la gestione di una newsletter dedicata a temi aziendali. Durante una delle ultime riunioni, c’è stata una discussione sulla effettiva riuscita del progetto. Per dirla in breve, la newsletter collegata al sito viene inviata a oltre 15.000 nominativi e ciò potrebbe essere un gran successo, ma dalle statistiche leggo che i click sono circa 6.000 mentre i visitatori effettivi che approdano tramite la newsletter al sito sono circa 1.500; ho fatto presente che bisogna valutare bene se è il caso di intervenire sui contenuti che pubblichiamo, perché ho il dubbio che i risultati non siano di alto livello, come i responsabili del progetto dicono di ritenere. Cosa ne pensa PressWeb? Grazie da Max
Caro Max,
la questione che poni è molto interessante e quanto mai attuale: negli ultimi 5 anni, il fenomeno delle newsletters realizzate per sostenere la visibilità di presidi sul web è aumentato in modo quasi esponenziale e ciò coinvolge sempre nuove figure professionali. Il data base utilizzato per l’invio della vostra newsletter è, senza dubbio, ampio e “corposo”, ma, al di là di ciò che viene sostenuto da ancora fin troppi (falsi) esperti, il numero dei click conta fino ad un certo punto: sono i visitatori effettivi che davvero contano e che vanno considerati per valutare la riuscita o meno di un’iniziativa editoriale come quella delle web newsletters. Nel vostro caso, su 15.000 utenti che ricevono la newsletter, 1.500 accedono al sito: si tratta del 10%. Mi scrivi che i click sono 6.000: significa che, in media, ogni visitatore effettivo digita con il mouse 4 delle news che inserite nella newsletter. Ora, dipende da quali sono gli obiettivi della vostra newsletter per capire bene se è un risultato accettabile: magari, vi rivolgete ad un selezionato pubblico di nicchia e un tale risultato potrebbe anche essere valutato come positivo. Se, invece, il vostro target non è di nicchia e vi rivolgete ad un pubblico particolarmente ampio, ritengo che potete considerarvi ancora in una fase di start up, perché l’interesse effettivo espresso dagli utenti totali è piuttosto basso, in particolare se si intende considerare la vostra newsletter come un prodotto editoriale più che come uno strumento di comunicazione aziendale. Ne girano, di favole, nell’ambiente delle newsletters. Ciò che conta davvero è il numero effettivo di visitatori ottenuti sul totale degli utenti e non i click totali: chi sostiene il contrario, racconta favolette (altro che cappuccetto rosso o i tre porcellini).
M
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Pubblicato da pressweb
Ottobre 25, 2006
Ciao, PressWeb.
Lavoro come consulente grafico ed editoriale per la realizzazione di cataloghi, house organs, brochures e newsletters aziendali. Faccio questo questo lavoro da diversi anni e ho avuto la possibilità, grazie anche alla collaborazione con colleghi più esperti, di accrescere la mia professionalità. Vengo al punto, al punto dolente.. Da più di un anno, svolgo parte del mio lavoro presso una società di servizi ubicata nell’hinterland milanese. Ogni volta che mi occupo della stesura dei testi relativi ad un paio di house organs di aziende clienti, mi accorgo che ciò che ho scritto viene fatto leggere praticamente a tutte le persone che lavorano negli uffici, comprese a quelle che hanno incarichi commerciali o amministrativi. Molto spesso, alcuni passaggi dei miei testi vengono modificati senza minimamente interpellarmi. La cosa grave è che, almeno un paio di volte, le modifiche ai miei testi si sono rivelate errate nei contenuti e nell’esposizione. Secondo i responsabili della società, è bene che anche altri vedano ciò scrivo, perché “essendo ancora giovane potrei incorrere in errori che è meglio evitare”. Ciò è offensivo, ho 30 anni e lavoro da 10, faccio questo lavoro come libero professionista da 5, diversi clienti mi hanno dimostrato la loro stima e questi si permettono di trattarmi così? C’è una logica in tutto questo? Un grazie per la tua risposta.
“Mister Hall”
Caro “Mister Hall”,
no, ritengo che non ci sia una vera logica alla base del comportamento dei tuoi colleghi di progetto, almeno non una logica degna di questo nome. Il problema centrale è insito nella struttura con la quale stai collaborando: prevalentemente, essendo solo “aggregatori” di testi e di foto per la realizzazione di varia documentazione aziendale e non avendo una vera competenza in materia di scrittura, probabilmente, sono persone alquanto insicure di ciò che può venir redatto dall’interno del loro team, perché scrivere non fa un gran che parte del loro background professionale. Questo li porta a far visionare i tuoi testi a tutti, magari anche al fattorino di passaggio… Quanto racconti mi fa venire in mente una frase detta da un mio carissimo amico, un avvocato che, da tempo, lavora negli States: in Italia, manca troppo spesso il rispetto per il lavoro degli altri. Il tuo caso è un esempio lampante: fai il tuo lavoro da anni, sei già stato gratificato da diversi clienti e, ora, lavori a fianco di persone che, nei fatti, tengono e mantengono un comportamento irrispettoso nei riguardi tuoi e della tua professionalità. Il vero problema, comunque, non riguarda te, ma pare proprio che riguardi loro, in quanto è il loro comportamento che cozza tremendamente contro le regole basilari del lavoro in team e della conseguente suddivisione delle competenze. Una cosa simile, in passato, accadde anche al sottoscritto e la ricetta migliore da applicare è “non ti curar di loro ma guarda e passa” (a qualcosa di meglio). Insomma, nel tuo caso, tutti mettono e vogliono mettere becco su tutto: certi vizietti sono duri a morire… La piega che ha preso la faccenda è roba da dinosauri (e che non si offendano gli spiriti degli antichi lucertoloni).
M
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