Incontro con Gianni Mura, cravatte e ardore

Luglio 22, 2008

La tendenza per i colori esagerati lo accompagnano da sempre come fosse obbligo brillare di luce propria. Innovativo per indole, creatore per diletto, produttore per scommessa. Stiamo parlando di Gianni Mura, lo stilista sardo della cravatta, ora milanese per residenza. Lo incontriamo nel suo atelier di Via Torino. Intorno, cravatte con fantasie e colori per soddisfare tutte  le esigenze. Ci soffermiamo sulla cravatta con il codino a vista e ci complimentiamo per lo stile, ma lui si affretta a mostrarci altri pezzi che tira fuori da un vicino cassetto. Si guarda intorno quasi volesse proteggerli da visioni estranee a questo suo stile. E quello stile, si sa, piacerà moltissimo o per niente. “Vi faccio gustare un estratto di questa collezione. Sono icone con pedigree, veri gioielli da annodare”, precisa. Notiamo che ogni pezzo è rigorosamente numerato e condito da una ricerca maniacale dei dettagli. “Un pezzo che interpreta insospettabili vezzi stilistici”, commentiamo. Gianni Mura sorride e chiarisce: “se i miei pezzi vengono acquistati con tanto entusiasmo significa che il mio lavoro è frutto di una passione condivisa. Soprattutto, sono pezzi che interpretano quella parte infantile e bizzosa che la vita frenetica di oggi sembra averci tolto. Due-in-uno incredibilmente – è proprio il caso di dirlo – entusiasmante. Ogni pezzo ha il fascino dell’unicità e può essere indossato in versione bizzosa per tornare classico in pochi secondi o viceversa”. Colori e fantasie senza risparmio. “Però ci vuole coraggio a indossare un pezzo così chiassoso”, azzardiamo. Ride, riconoscibile con quella sua cravatta che gioca al rialzo cromatico e ribatte “con i colori devi shockare. Nella vita di tutti i giorni siamo noi in passerella. E questa versione è il risultato molto nature di chi ha un carattere vulcanico. Ognuno potrà cogliere una sua sfaccettatura ed evidenziarne i riflessi per personalizzarli attraverso i colori. È fatta per quelle persone versatili che amano la vita e che vivono come piace a loro. La cravatta con il codino a vista è una protagonista senza età. È quell’archetipo un po’ dolce-vita e un po’ sorpasso che ogni uomo disinvolto e senza soggezioni sogna di indossare. La cravatta in sé resta a salvaguardia di una specie che a molti può apparire in via d’estinzione e che tirerebbe volentieri un sospiro di sollievo, ma così non è”, afferma Gianni Mura. “Chi è padrone della propria vita usa questo accessorio e non si lascia coinvolgere dalle mode scombinate del momento. Basta vedere come si conciano oggi determinate persone e come altre non facciano fatica a imitarle. Provate a osservarli, hanno l’incedere del gregge. Sono come un prodotto seriale. Schedati al supermercato. Nutriti con cibi di origine petrolchimica. Vestiti in modo fatiscente. E sono contenti così. Disinvolti e convinti di essere al passo con i tempi, si adagiano su quella moda che asseconda, in realtà, la loro inclinazione. È logico, quindi che, chi usa la cravatta va controcorrente perché è padrone del proprio io e gestisce se stesso in modo rispondente e autonomo. Penso a questa versione come un fuoco d’artificio: molto vivo, ma del tutto naturale ed è anche un modo per neutralizzare gli effetti del tempo e dello stress. Per questo, molti professionisti la indossano sul posto di lavoro in modo classico per poi ribaltarla in momenti di svago”. Di aspetto più giovane dei suoi 65 anni, Gianni Mura è un eccezionale buontempone. Incline alla battuta e al buonumore, è sempre pronto a fornire una dose supplementare di ironia. E sa anche stare con i piedi per terra. Alla domanda quanto ha contato essere tenace e, soprattutto, essere sardo, risponde: “devo molto a mia moglie. È una vera forza della natura. Devo ammetterlo, attraverso la sua personalità e intelligenza, ho espresso me stesso e trasformato i sogni in realtà. Sono innamorato della mia famiglia e delle mie cravatte. E in amore, si sa, tutto è più bello”.

www.giannimura.it


Intervista a Mirco Ragni, responsabile commerciale dell’Antica Tenuta Il Casalino

Giugno 27, 2008
Mirco Ragni
Localizzata nelle rigogliose e incontaminate colline assisane, l’azienda umbra Antica Tenuta Il Casalino produce olio extravergine di oliva da agricoltura biologica. Ispirata alle più antiche tradizioni proprie della genuinità alimentare, argomento sempre attuale e che suscita una crescente attenzione da parte dei consumatori italiani, l’Antica Tenuta Il Casalino rappresenta un vero e proprio esempio di eccellenza nella qualità del prodotto. Ne parliamo con Mirco Ragni, titolare e responsabile commerciale dell’azienda olearia umbra.       
 
- Come è nata l’idea di investire nel settore dell’olio biologico?
 
“L’idea di investire nel settore dell’olio biologico scaturisce dal fatto che la coltivazione degli ulivi, per un umbro, è un qualcosa a livello cromosomico: io sono nato e cresciuto godendo dei panorami di questa splendida regione, formati per la maggiore da colline brulicanti di ulivi, godendo del senso di pace e di tranquillità che trasmettono queste antichissime piante con i loro colori tenui e delicati, oltre al ricordo degli odori e soprattutto sapori dell’olio di oliva che hanno accompagnato la mia infanzia e che mi accompagnano tuttora”. 
 
- Ci parli della zona di coltivazione…
 
“La zona di coltivazione è costituita da un terreno calcareo tipico della zona, esposto a sud/ovest, a circa 7 chilometri dal centro storico di Assisi. L’uliveto si sviluppa su circa 7 ettari di terreno collinare da cui si gode una bellissima visuale sulla pianura umbra fino a Perugia, visibile con il suo caratteristico profilo. Inoltre, si tratta di un terreno ottimo per la coltivazione degli ulivi”.
 
- L’olio biologico della Tenuta Il Casalino ha ottenuto certificazioni particolari?
 
“L’olio biologico il casalino è certificato ICEA Cod. op: IT ICA LA74 per la produzione secondo il metodo dell’agricoltura biologica Reg. CEE 2090/91. L’azienda inoltre è iscritta  all’A.I.A.B. umbra, Associazione Italiana Agricoltura Biologica”.
 
- Quali sono le caratteristiche più importanti della vostra produzione?
 
“L’olio biologico Il Casalino ha un sapore fruttato e decisamente armonico, il colore è limpido e abbastanza denso di colore verde smeraldo. La coltivazione è costituita principalmente da ulivi di qualità moraiolo, leccino e frantoio. L’incidenza del moraiolo supera il 60% delle piante presenti, dato necessario per il riconoscimento del DOP, altra importante certificazione che l’azienda si appresta ad ottenere”.
 
- Quali sono le tipologie dei vostri clienti?
 
“Al momento, i nostri clienti sono di diversa tipologia. Oltre a piccoli negozi locali, vendiamo ad agriturismi, ristoranti e aziende che utilizzano il nostro olio per regali di rappresentanza e a privati che hanno conosciuto e apprezzato il nostro prodotto”.
 
- Perché olio biologico e non olio non biologico?
 
“La scelta di produrre olio biologico è nata per un’idea di genuinità che è sempre stata nel mio modo di pensare da quando ho iniziato ad avvicinarmi all’agricoltura in genere e in particolare alla produzione di olio extravergine di oliva. Inoltre, già il prodotto in sé fa pensare a qualcosa che non potrebbe essere altro se non sano, puro, genuino e, quindi, biologico”.
 
- Quali sono i vostri programmi per il futuro?
 
“Principalmente, i nostri programmi per il futuro consistono sia nell’ampliamento della produzione che nella commercializzazione del nostro olio anche al di fuori della nostra regione. Inoltre, intendiamo produrre anche frutti biologici diversi: infatti, sono già stati impiantati 100 noci biologici che saranno produttivi dal 2010 in poi e un frutteto di circa 50 piante di diverse qualità di frutti”.

Intervista ad Andrea Carlo Cappi, scrittore noir

Ottobre 26, 2007

Andrea Carlo Cappi 

I libri e l’arte della scrittura sono tra i più importanti protagonisti del variegato mondo della comunicazione ed è proprio nell’attività letteraria contemporanea che si fondono, dando vita ad un mix estremamente significativo, capacità editoriali, creative e intellettuali. Ma com’è il mondo di uno scrittore? Quali sono le motivazioni che lo spingono a scrivere, a creare storie che, molto spesso, oltre che dalla propria interiorità, traggono spunto dalla complessa realtà circostante? Ne parliamo con Andrea Carlo Cappi, affermato e prolifico scrittore del genere noir, reduce, tra le sue tante attività, dalle lezioni di scrittura creativa poliziesca tenute presso il festival brianzolo del noir (“La Passione per il Delitto“).

Come è iniziata la tua attività di scrittore? E perché il genere noir?

Ho cominciato vincendo un concorso per un soggetto radiofonico nel 1991: un minisceneggiato di RadioRai che non è mai andato in onda… sarà sepolto chissà dove negli archivi! Ma mi ha aperto le porte de “Il Giallo Mondadori” e, nel giro di un paio d’anni, grazie anche alla nascita in quell’epoca della cosiddetta “Scuola dei duri” di Milano, ho cominciato a pubblicare, prima, un racconto sul “Giallo”, poi, una serie (il Cacciatore di libri) e, poi, un’altra serie sugli speciali stagionali (Carlo Medina). Il genere noir deriva dal mio immaginario, che si è configurato all’età di sei anni, quando vidi per la prima volta 007, Hitchcock e gli spaghetti western. Cominciai a leggere Salgari e mi trovai fra le mani il mio primo albo di Diabolik. Il noir è il genere che racchiude tutti quegli elementi ed è stato naturale che partissi da quello quando sentii il bisogno di raccontare storie.

Per i tuoi racconti, trai ispirazione dalla realtà contemporanea?

Moltissimo, anche se non amo romanzare i delitti della realtà. Vi faccio riferimento solo quando avverto la presenza di depistaggio o di disinformazione (per esempio, nel caso di Lady Diana, che sta alla base del mio “Ladykill/Morte accidentale di una lady”). Di solito, preferisco lavorare su situazioni reali, cercando possibili retroscena e sviluppi, come nella serie “Nightshade” che pubblico in edicola su “Segretissimo” e che ora esce in libreria da Alacran. Storie del genere mi permettono di parlare di come vanno, secondo me, le cose del mondo… e non sempre la mia visione corrisponde alla versione ufficiale.

Come definiresti il genere noir?

L’epica contemporanea. Non occorre che ci siano scenari spettacolari come la guerra di Troia o il viaggio di Ulisse (o la missione di 007, il colpo di Diabolik o la caccia a un serial killer): può essere anche la nera vita quotidiana dei personaggi di David Goodis o l’indagine suo malgrado di un detective come il Lew Fonesca di Stuart Kaminsky o il male che irrompe in un’esistenza normale come nei thriller di Raymond Benson. Ma quando la vita si confronta con la morte o con il pericolo, è sempre noir ed è sempre epica.

Tra i tuoi libri, a quale sei più legato e perché?

Difficile decidere. Posso dire che quello dalla vita più lunga sinora è stato “Morte accidentale di una lady”, che ha avuto due edizioni nella versione originale, più breve, e altre due nella versione completa, la prima edizione tuttora in libreria da Alacran e la seconda in edicola lo scorso agosto con il titolo “Ladykill” da Mondadori, per cui, di fatto, è un libro di cui mi ritrovo a parlare senza interruzione da dieci anni. Ma tutti i miei romanzi sono “vissuti” allo stesso modo e nello stesso modo, quando li scrivo. Non faccio distinzione neppure tra le storie che scrivo con i miei personaggi (il Cacciatore, Medina, Nightshade) e quelle con personaggi che non ho creato io (Martin Mystère, Diabolik): se li ho scritti era perché ci credevo e se ci credevo allora continuo a crederci anche adesso.

Oltre ad essere scrittore noir, sei anche editor, traduttore, consulente editoriale, fumettista, saggista e divulgatore. Secondo te, cosa significa comunicare?

Nel mio caso, significa raccontare storie: è quello che faccio come scrittore, fumettista, saggista e persino quando tengo lezioni di scrittura. Fare lo scrittore è una conseguenza dell’essere sempre stato un lettore e avere amato le storie scritte da altri. Da qui, sorge spontaneo lavorare come consulente e traduttore, ovverosia fare in modo che storie altrui siano pubblicate o siano trasposte in italiano da un’altra lingua. Il motivo per cui amo le storie è duplice: in primo luogo, sono intrattenimento, la funzione primaria che ho sempre cercato nei romanzi che leggevo e, in secondo luogo, possono far riflettere, perché l’intrattenimento non esclude l’intelligenza.

Cosa consiglieresti ad un aspirante scrittore?

Tenacia e autocritica. Tenacia significa non lasciarsi schiacciare dai problemi dell’editoria, che non sono solo dare troppo spazio ad autori già famosi o a personaggi televisivi a scapito di scrittori più autentici, ma anche, spesso, la difficoltà di scoprire qualcosa di buono in un oceano di dattiloscritti illeggibili che arrivano giorno dopo giorno in ogni redazione e, avendolo scoperto, riuscire a far sì che i librai lo tengano in libreria. Autocritica significa non decidere a priori che il proprio scarrafone è più bello di quelli degli altri e che se non mi pubblicano è solo perché gli editori sono cattivi: implica confrontarsi con quello che scrivono altri autori (non necessariamente di bestseller) e – anziché copiarli – cercare di imparare da loro il mestiere. Autocritica significa anche domandarsi se i dialoghi dei nostri personaggi sono credibili, se la narrazione ha punti morti, se soffre di autocompiacimento pseudoletterario, se quello che stiamo scrivendo è interessante anche per un lettore o solo per noi stessi. E, infine, consiglio di tenersi lontani dagli editori a pagamento, che possono servire solo a soddisfare il proprio ego, ma non necessariamente a diventare scrittori.

Puoi presentarci la tua ultima fatica letteraria?

Il romanzo più lungo che abbia mai scritto… nel tempo più breve. Era da quando terminai di scrivere “Diabolik-La lunga notte”, nella tarda primavera del 2002, che continuavano a girarmi in testa idee su come proseguire le avventure di Diabolik ed Eva Kant partendo dall’istante preciso in cui li avevo lasciati. Alla fine del Luglio 2007, il mio primo giorno di vacanza, mi sono messo al computer e mi sono tuffato nell’avventura. “Diabolik-Alba di sangue” è un romanzo di 510 pagine scritto in sei settimane e ambientato nel corso di sei settimane, condividendo i ritmi e i problemi dei miei personaggi. Se Diabolik doveva escogitare un espediente per un colpo, io lo meditavo con lui. Se doveva improvvisare una via d’uscita da una situazione di pericolo, io la improvvisavo con lui. Probabilmente, è per questo che scrivere per me è come una droga di cui non posso fare a meno. È come scalare una montagna: so dov’è la vetta, ma non so quali imprevisti incontrerò nella scalata. So quali sono gli obiettivi dei miei personaggi, ma non come ci arriveranno, così condivido la loro adrenalina. L’idea di partenza, che mi è venuta proprio mentre finivo di scrivere il romanzo di Diabolik precedente è… la morte del protagonista. Al principio del romanzo Diabolik viene falciato da una raffica di mitra e, come ha osservato qualche giorno fa la scrittrice Barbara Baraldi ”è proprio morto!”. Possibile che l’eroe di quarantacinque anni di fumetti sia stato cancellato così facilmente dalla faccia della terra? E che proprio Eva Kant possa essere complice della sua uccisione? Le 300 pagine successive spiegano come, a seguito di una ragnatela di intrighi, Diabolik si sia trovato in quella situazione e il resto del romanzo… be’, questo non lo posso rivelare. Ma sto ricevendo messaggi entusiasti dai lettori, anche da appassionati cultori del personaggio, che confidano che dopo questo romanzo scrivero altre avventure di Diabolik.

Detto “tra noi”…è più noir la letteratura noir o la realtà di oggi?

La realtà è sempre noir. Lo è sempre stata. Anche se spesso si è preferito fingere il contrario. Amo citare una battuta di Charles Bronson dal film “Città violenta” di Sergio Sollima: “La città è sempre violenta. Tu lo vedi solo quando sei con me”. La letteratura noir rispecchia e talvolta anticipa quello che accade nel mondo che ci circonda. Il sottogenere dello spionaggio, a cui mi dedico molto spesso, racconta quello che avviene, può avvenire o potrebbe essere avvenuto dietro un evento internazionale, ma non viene raccontato dai giornali. Eppure, quello che raccontiamo riflette eventi, grandi o piccoli che siano, che possono influenzare la nostra esistenza, che si tratti del ladruncolo della porta accanto o dei retroscena della “guerra al terrore”. Le nostre non sono storie rassicuranti. Ma, qualche volta, ci possiamo concedere, questo sì, una parvenza di lieto fine, che spesso nella realtà è riservato soltanto ai cattivi.


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